Album di guerra

Album di guerra
I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona

martedì 31 maggio 2011

Pàlcoda, luogo della memoria della Resistenza friulana

Fra i tanti "Luoghi della memoria" della Resistenza friulana, singolare il borgo sperduto di Pàlcoda, sulle montagne sopra Tramonti di Sotto, base partigiana nell'estate 1944 e oggetto dei rastrellamenti nazifascisti dell'autunno (vi trovarono la morte il comandante Battisti, assieme a Sergio, Jole e Jena).



Inaugurazione a distanza per la chiesa di Pàlcoda


Pàlcoda si raggiunge soltanto a piedi. Due ore di cammino dal parcheggio di Tramonti di Sotto e tre quarti d'ora dal borgo di Tàmar. Costruita alla fine del 1600 dai montanari per affrancarsi da imposte e servitù, Pàlcoda, diventata simbolo di libertà, all'inizio del Novecento conta 150 residenti. La famiglia Masutti abbandona Pàlcoda, per ultima, nel 1923. Nell'autunno 1944 Pàlcoda e il vicino borgo di Tàmar sono rifugio di partigiani. Il 5 e 6 dicembre 1944, nazifascisti e decima Mas attaccano Tàmar e Pàlcoda. Cadono i comandanti partigiani Eugenio Candon "Sergio", Giannino Bosi "Battisti", Jole De Cilia "Paola", Edo Del Colle "Jena". 


Sul campanile di Pàlcoda una targa dell'Anpi di Forgaria ricorda fatti e caduti. 


Nel dopoguerra Pàlcoda va in rovina. Ma la comunità tramontina non vuole perdere quelle sue radici. Dal 2003, per merito di volontari, amministrazione comunale e parroco don Fabrizio De Toni, si recupera, con campanile e chiesa, la propria storia. Sabato era prevista l'inaugurazione della chiesa. Il campanile era stato ultimato nel 2007. Le avversità atmosferiche non hanno permesso di recarsi a Pàlcoda. La festa, con monsignor Ovidio Poletto, che da vescovo aveva già inaugurato il campanile, si è ugualmente svolta a Tramonti di Sotto e sarà ripetuta a Pàlcoda il 23 luglio. Chiesa gremita a Tramonti per la messa officiata dal vescovo emerito e dai parroci: don Omar Bianco di Tramonti e Val Meduna, don Roberto Tondato, don Arturo Rizza di Orcenico e don Ruggero Mazzega di Roveredo. Inni del coro del Cai di Spilimbergo. Toccante omelia di monsignor Poletto che, citando alcune strofe di "Radici" del cantautore Francesco Guccini, ha elogiato, con il recupero di Pàlcoda, quello delle proprie radici. La festa ha poi vissuto il momento conviviale. Pergamena ricordo consegnata a monsignor Poletto e attestato per Antonio Masutti che ha costruito e donato le porte in ferro della chiesa. Ben 150 riconoscimenti a singoli e associazioni, offerti dalla parrocchia. Una conchiglia con la quale si dissetavano i pellegrini diretti a Santiago di Compostela. Sul retro il motto "... In cammino", al centro la medaglia della chiesa di Pàlcoda disegnata da Caterina Costa. Foto di gruppo con il sindaco Giampaolo Bidoli, monsignor Poletto, i parroci attuale e precedente, Patrizia Bertoncello, presidente della Pro loco, Renato Miniutti del Gruppo Pàlcoda, Francesco Facchin della Consolrestauri e l'architetto Massimo De Paoli, direttori del restauro, Antonio Zambon, presidente Cai regionale. Con loro parrocchiani, cacciatori, componenti della Protezione civile, alpini, guardie forestali. Al rinfresco è seguito lo spettacolo su Pàlcoda "Se viene neve". Sigfrido Cescut 


Sul borgo di Pàlcoda, vedi: http://lastoriafantasma.blogspot.com/2010/11/palcoda-nascosta-tra-le-montagne.html


Sulla figura di Battisti, vedi: http://www.anpiginolombardiversilia.it/news/news_dic_09.htm#20
o anche, sulla figura di  Paola:
http://www.anpigiovaniudine.org/files/File/Jole%20De%20Cillia.htm

sabato 28 maggio 2011

Dal romanzo storico di Folco Quilici, una rilettura delle vicende cosacche in Friuli

L'esperienza dell'insediamento dei cosacchi in Friuli durante la seconda guerra mondiale viene ora esaminata , oltre che dagli storici, anche attraverso altri strumenti letterari (l'autobiografia, il racconto, il romanzo storico...). In questo filone è appena uscito un romanzo storico di Folco Quilici a proposito del quale pubblichiamo la recensione uscita su "Il Giornale". 


Quando il Friuli occupato si chiamava "Kosakenland"



(Da "Il Giornale" , 25 maggio 2011)

L’ultimo libro di Folco Quilici, a sfondo largamente autobiografico, è ambientato in una valle prealpina dominata da un imponente maniero «La dogana del vento». Nome che diventa titolo del volume edito da Mondadori (194 pagine, euro 18,50). Quilici non ha bisogno di presentazioni. Come scrittore e come cineasta ha saputo esplorare tempi e luoghi lontani, e intrecciare il piacere della scoperta al gusto della rievocazione appassionata. Tecnicamente La dogana del vento è un romanzo. Potremmo definirlo «romanzo storico», un filone che nella letteratura italiana e mondiale occupa un posto di straordinaria importanza.
Siamo nel 1945. Il protagonista, Guido, un quindicenne sfollato in campagna con i familiari, vive a Villa Alta. Lì si presenta, mentre l’immane conflitto mondiale volge alla fine e la tigre tedesca è ormai rantolante, un soldato, poco più d’un ragazzo anche lui. Si chiama Pjotr e appartiene a uno dei reparti cosacchi - fieramente anticomunisti per consolidata tradizione - che la Germania ha mandato a presidiare terre italiane e a combattere i partigiani. Furono anche spietati, i cosacchi. Ma Pjotr è gentile, ingenuo, pieno di speranze. Guido ne perderà poi le tracce, immaginandolo travolto e annientato dalla drammatica e atroce sorte di quanti, nemici di Stalin, tornarono nelle sue mani.
Trent’anni dopo l’ex-ragazzo che fu amico d Pjotr riconoscerà un figlio di lui in un giovane e promettente calciatore del Como: figlio d’una maestra, Erminia, che ebbe una brevissima e intensa fiammata d’amore con il ragazzo cosacco. Non stuprata, come tante, ma innamorata. Guido conosce Erminia.
Questo e l’intreccio di La dogana del vento, una «armata s’agapò» alla cosacca, una delle tante vicende dì una stagione terribile e affascinante, d’amore e di morte. Con delicatezza ed efficacia Quilici intreccia la vicenda di Guido, di Pjotr, di Erminia alla ricostruzione di eventi immani e sanguinari. Spinto dalla voglia di sapere tutto, Guido raggiunge la cittadina austriaca di Lienz dove centinaia di cosacchi furono messi a morte, dove in un solo giorni circa duemila di loro tra cui donne e bambini si uccisero gettandosi nella Drava per non essere consegnati all’Urss, dove rimaneva il ricordo delle promesse che esplicitamente o a mezza voce erano state fatte. Gli atamani, capi dei cosacchi, vantavano entrature alla Corte reale britannica, erano convinti d’ottenere un «onorevole perdono», di poter magari emigrare in Australia.
«Si era lasciato credere alle truppe cosacche - annota Quilici - che gli alleati potessero considerare se non legittima almeno comprensibile la decisione del governo cosacco (in esilio a Parigi e a Praga dal 1919) di combattere contro l’esercito russo. Per cui la loro non sarebbe stata una diserzione in massa dall’armata sovietica ma la continuazione della lotta agli aggressori di un tempo».
L’infondatezza di quelle illusioni è evidente. Gli angloamericani non avevano nessuna voglia di negare a Stalin la consegna dei ventimila che dell’armata cosacca facevano parte e che erano stati autorizzati a creare in Carnia una sorta di staterello, la «Kosakenland».
Il 10 dicembre 1943 il governo del Reich germanico aveva indirizzato ai cosacchi un proclama nel quale garantiva che «se la situazione del momento bellico non vi permetterà di tornare nella terra degli antenati vostri, allora vi aiuteremo a creare la vostra vita da cosacchi in Occidente sotto la protezione del Fuehrer, fornendovi terre e tutto quanto necessario per la vostra assistenza». Insomma la Carnia doveva diventare la nuova patria dei cosacchi. Altro che terre e assistenza, i cosacchi, come l’armata Vlasov, erano attesi da fucilazioni di massa o, nel migliore dei casi, da anni di gulag.
In pagine commoventi una testimone racconta a Quilici, nel suo italiano approssimativo, i suicidi di Lienz; «Molti cosacchi gridano non ancora schiavi di russi. No uccisi dai russi. Le donne fuggono con bambini. Gli inglesi le prendono e le legano, loro molto furiose. Abbracciavano il figlio, saltano con lui dentro acque». Erano stati anche feroci i cosacchi, e trovarono nei sovietici analoga o maggiore ferocia: più comprensibile, secondo me, del gelido cinismo americano e inglese.


Il romanzo storico di Folco Quilici racconta le drammatiche vicende dell’armata che, in fuga dalla Russia, invase l’Italia in nome di Hitler

lunedì 23 maggio 2011

Anche a Maniago il libro di Leo Zanier sui cosacchi in Carnia. Un'occasione per ragionare sull'insediamento cosacco nella destra Tagliamento

I Cosacchi in Friuli. Racconti e memorie. A Maniago con Leo Zanier

A Maniago in Sala Liberamente (Via Umberto I), lunedì 30 maggio alle ore 20,45 il Circolo culturale Menocchio e l’Associazione Liberamente organizzano una serata sul tema “I Cosacchi in Friuli. Racconti e memorie” nel quale Leonardo Zanier parla del suo libro di racconti intitolato “Carnia Kosakenland. Kosakenland, Kazackaja Zemlja. Storiutas di fruts in guera. Racconti di ragazzi in guerra” e di sé e della sua poesia conversando con i presenti e con Aldo Colonnello che presenta brevemente il “quaderno del Menocchio, Materiali 18” che raccoglie testimonianze sulla presenza di Cosacchi a Frisanco (Giancarlo Luisa-Vissat), Solimbergo ( Ida Ivetta Pessot), Malnisio (Ottilia Palmira Fanna e Maria Grazia Magris), Molassa (Domenica e Luigina Tavan), Barcis (Maria Berolo e Romeo Guglielmi), Lia Burigana (Vigonovo di Fontanafredda) Tarcento (Silvana Sibille-Sizia), e il racconto “Prostor” di Umberto Valentinis, un bambino che guarda e cerca di capire l’arrivo e la fuga dei Cosacchi nel suo paese.
L’incontro è coordinato da Rosanna Paroni Bertoja, Presidente del Circolo culturale Menocchio.
Il libro di Leonardo Zanier, pubblicato in prima edizione dal Circolo culturale Menocchio nel 1995 esce ora in terza edizione per la Forum di Udine. Riprende la postafazione di Mario Rigoni Stern che faceva notare come «l’autore di questi racconti vive gli avvenimenti da ragazzo curioso e vivace, ma il suo modo di raccontarceli non è come se stesse nascosto dietro un albero; la freschezza, la verità, i sentimenti non ostentati sono quelli del poeta». Nella prefazione Leonardo Zanier, – riferendosi alla ‘Zona libera della Carnia’, oppure ‘Repubblica libera della Carnia’, come ora si preferisce chiamarla – scrive che « gran parte delle persone e fatti, che qui si incontrano, sono contemporaneamente veri e immaginati…Non è immaginaria mia madre, che era proprio così: dolce determinata ironica, e di immagini ne produceva e ne induceva tantissime: Anche Chila è esistito, forse non proprio così, ma quasi. Anche la gatta e la nostra gelosia. (…) Anche i funerali dei partigiani sono veri. (…) Anche le lapidi dei cosacchi con la mezzaluna sono vere. Erano vere lì. E la rabbia che mi prese a non vederle più.
Compongono il volume cinque storie che si intrecciano: Lisuta, Gori, Ivan, Chila, Givi.
Leonardo Zanier si è «da ‘sempre’ occupato di edilizia, di formazione e sindacato, di marginalità e di sviluppo locale, ma anche di storia orale, di tradizioni e magie, di migrazioni e ritorni, di mestieri e canzoni, soprattutto di parole, del loro senso e spessore, di cosa c’è dentro e dietro e sotto le parole, prese da sole o a grappoli, combinate e scombinate nei modi più diversi».

venerdì 13 maggio 2011

Una ricerca sul ruolo della stampa durante il Litorale Adriatico

Il volume del 2010 di "Gnovis pagjinis furlanis" presenta anche un articolo  che può interessare quanti seguono la ricostruzione delle vicende della seconda guerra mondiale in Friuli. Si tratta di un  saggio di Pieri Stefanutti intitolato  "Il Friûl e i fats furlans inte stampe dal Adriatisches Küstenland" che  approfondisce il ruolo della stampa negli anni bui dell'occupazione nazista.  Il lavoro, che riprende e sviluppa  il precedente "La svastica, il gladio e il fogolâr", pubblicato sul n. 2/2004 della rivista della Filologica "Ce fastu?",  analizza in particolare lo stile ed i contenuti del  quotidiano "Il popolo del Friuli" e del periodico "La voce di Furlanìa", sottolineandone il carattere propagandista le evidenti censure nei confronti del movimento partigiano e dell'occupazione cosacca.
Il testo in friulano (la traduzione dell'originale è stata curata da Remo Brunetti)  contribuisce alla discussione in atto sulla possibilità di utilizzare il friulano anche in argomentazioni di stampo oggettivo e scientifico.
L'articolo è stato così recensito dalla rivista "Ladins dal Friûl" dell'aprile 2011:
"tal contribût storic "Il Friûl e i fats furlans inte stampe dal Adriatisches Küstenland", Pieri Stefanutti nus conte ce che al sucedè in Furlanie daspò dai 8 di Setembar 1943 cuant la nestre tiere e fo ocupade dai todescs. In fats il Friûl al vignì distacât de Italie e cjapât dentri inte realtât aministrative dal cussì clamât "Adriatisches Künstenland", che al jere in pratiche un protetorât che al dipendeve diretementri dal Reich nazist. Di achì a partirin ciertis iniziativis, come la publicazion dal sfuei "La Voce di Furlania", par prudelâ une propagande che e veve il fin di distalianâ la etnie furlane".

sabato 7 maggio 2011

I "cosacchi che tornano in Friuli" nelle pagine di Leonardo Zanier

Nel mese di settembre dello scorso anno è uscito, di LEONARDO ZANIER, il libro
CARNIA
KOSAKENLAND
KAZACKAJA ZEMLJA
Storiutas di fruts in guera
(ed. Forum)
Si tratta di un importante contributo che, partendo dalle “storiutas di fruts in guera” inquadra le problematiche della occupazione cosacca in Carnia e dà conto degli ultimi sviluppi delle ricerche.

Ora il libro è consultabile anche online, sul sito “Carnia Libera 1944”:

Estrapoliamo dal sito le pagine che raccontano le vicende dei “cosacchi che tornano” nella disamina di alcuni casi personali che toccano la Valle del Lago e la Carnia.

Intanto le notizie sui cosacchi aumentano. Cambiano anche di segno: figli e nipoti che vengono a cercare tracce, a capire.
Queste visite Pieri Stefanutti le ha raccolte sotto il titolo "Cosacchi che tornano". Ne parliamo a lungo. Me ne parla e mi fa un appunto anche Brunello.
Nel 2007 arriva in Carnia Leyla Sugajpova, cecena, residente a Mosca, dove insegna matematica. Sulle tracce del nonno.
Causa scatenante è una foto scattata nel 1945. È la foto di una tomba nel cimitero di Amaro. Vi si vedono militari caucasici addensati attorno e sopra la tomba. Danno l’ultimo saluto, prima della ritirata, a un loro commilitone. La lapide ora è inghisata su un muro esterno della chiesa del cimitero di Amaro.
Le scritte sono in russo e in arabo. Dice la scritta in cirillico:
«Licev Gajsa Dishkanovich / nato nel 1898 / morto il 25 settembre 1944». Per avere la traduzione dall’arabo è solo un problema di tempo.
Quella foto era stata pubblicata anche in un libro dell’ANPI.
È forse da lì che arriva su internet. Un giornale russo la riprende. Il padre di Leyla la vede e rimane senza fiato. Guardandola e riguardandola ha sempre meno dubbi: il militare più vicino alla
lapide, a sinistra in piedi col colbacco nero, è suo padre, Movla Sugajpov. Nato a Riga nel 1918. Di lui nessuna notizia dal 1944: una lettera dalla Cecoslovacchia. Il padre chiede alla figlia di andare in Carnia per provare a ricostruire il percorso e trovare memorie del loro congiunto. Leyla va prima ad Ampezzo al Museo della Resistenza. Le danno come referente Alfarè. Si trovano a Udine e lì consultano gli archivi dell’ANPI, dell’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, della Biblioteca civica. Poi va ad Alesso per incontrare Pieri Stefanutti che, da anni, segue e documenta le tragiche vicende dell’occupazione cosacca. Poi ad Amaro e quindi a Sutrio. In quel cimitero ci sono ancora tre tombe di cosacchi, su tutt’e tre, negli appositi vasetti, profumano fiori freschi. Dice Alfarè: «Appena vede quei fiori Leyla esclama: The carnik people is a good people…».
Di Leyla non si sono avute ancora altre notizie. Del nonno non è emersa nessuna traccia. Avrà seguito nella ritirata il grosso dei suoi? Sarà almeno arrivato in Austria? E Poi? Seppellito a Spittal?
O durante la deportazione in Siberia? O lì in un qualche ‘campo’?
Ma se morto in un ‘campo’ qualche traccia dovrebbe restare.
Ma poi Renato Stefanutti, altra colonna portante di Alesso, mi dice: «Alla fine di maggio è venuta ad Alesso/Novocerkassk una delegazione di cosacchi con la divisa di gala. Na robona». Mi documento subito con Pieri: si chiamano: Dimitri Kovalev e Nikolaj Anokhin (cosacchi del Terek) e Nikolaj Sviridov (cosacco del Kuban). Saranno poi raggiunti dal loro atamano, Nikolaj Eremitehev (la suprema autorità militare cosacca). Nei giorni seguenti sono ricevuti dal sindaco di Trasaghis, Augusto Picco. Hanno potuto vedere tutto quello che è ancora possibile vedere: la targa che ricorda l’occupazione dei loro padri e nonni, le quattro pale e l’icona che sono rimaste nella chiesa di Alesso (lascito involontario). Incontrano anche la popolazione di Alesso, in piazza, tra cui diverse vittime del forzato sfollamento del 1944, traduce Franceschino Barazzutti. Si sono ripromessi di far conoscere, tornando, questo travagliato periodo per loro e per noi: «Una pagina di storia che, in Russia, è praticamente ignota».
(pp. 23-25)

venerdì 6 maggio 2011

Quel giorno del 1944, ai funerali di Renato Del Din

A Tolmezzo è stato ricordato l'atto coraggioso di alcune donne che, nell'aprile del 1944, sfidarono gli occupanti tedeschi per rendere omaggio a Renato Del Din, il partigiano "Anselmo", caduto durante un'azione nella cittadina carnica.



Sfidarono i nazisti per rendere
onore a Renato Del Din

di David Zanirato
Per questo gesto definito eroico quattro donne tolmezzine, Agata Bonora in Vidoni, Gentile Cargnelutti, Sara Menchini e Franca Marini, si sono viste intitolare dalla città di Tolmezzo una targa commemorativa, nel giorno delle celebrazioni per il 66° Anniversario della Liberazione.Sfidarono i nazisti per rendere
onore a Renato Del Din
Con grande coraggio sfidarono l’ordine nazista, presero le briglie della carrozza che stava portando il feretro di Renato Del Din e fecero deviare il corteo funebre per le vie del centro di Tolmezzo, così da permettere a tutta la popolazione di salutare degnamente il comandante partigiano Anselmo, che tre giorni prima, il 25 aprile 1944, perì sotto una raffica di mitra della milizia fascista.

L'amministrazione comunale di Tolmezzo, l'Anpi e l'Apo le hanno volute ricordare con una serie di manifestazioni.

(da: http://altofriuli.com/cultura/storia/tolmezzo-per-la-festa-di-liberazione-rievoca-i-funerali-di-renato-del-din.htm )


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«Si va di cheste bande ca»


Maria Agata Bonora(in Vidoni)
Era un  ragazzino.....
... quel sottotenente della brigata Julia, dopo l'armistizio era andato a fare il partigiano, con altri compagni aveva fondato la brigata Osoppo-Friuli, il suo nome di battaglia era Anselmo e lottava per liberare la Carnia.

Non mancava certo il coraggio a quei partigiani.
 Repubblicani, monarchici,socialisti, cattolici, tutti uniti per liberare l'italia...la notte tra il 24 e il 25 aprile 1944 assaltarono la caserma fascista di Tolmezzo.

 Le prime pallottole che gli entrarono in corpo non lo fermarono, ci volle una raffica di mitragliatrice per non farlo arrivare a 22 anni.

Ma il ragazzino faceva paura anche da morto e i tedeschi imposero che il funerale, il 27 aprile, si facesse alle 7 di mattina, che il povero carro passasse fuori dal paese e che  alla popolazione fosse vietato accompagnare Anselmo al cimitero.

Però,  quando arrivarono al bivio e prima di poter obbidire all'ordine che era di non percorrere la strada principale che portava al cuore del paese, il prete con i chierichetti e i militari, che scortavano il triste carro, trovarono una donna, una donna  che prese decisa le briglia di uno dei cavalli da tiro:«Si va di cheste bande ca»...si va da questa parte!

...altre donne  seguirono la prima, fiere, coraggiose, perchè non era cosa da poco sfidare fascisti e nazisti e a loro si unirono altri e altri ancora si accodarono, man mano che il corteo avanzava nel paese  e alla fine erano centinaia che seguivano il ragazzino, qualcuno appoggiò un cappello con la penna nera sulla cassa...

.... così Renato Dal Din, detto Anselmo, ebbe un funerale solenne, perchè la dignità di Agata e di tutti quelli che la seguirono, intimidì e spiazzò chi avrebbe voluto umiliare il partigiano e tutto quello per cui era morto.

Questa storia tristemente iniziata, finisce anche peggio, Agata Bonora, dopo poco pagò il suo coraggio e venne deportata e quando tornò, distrutta dalle privazioni della detenzione che dopo un paio di anni la portarono alla morte, non trovò ad attendela il suo Giovanni, l'uomo, molto più mite della tosta compagna, imprigionato con la falsa accusa di avere armi nascoste nel fienile,attese, ingenuamente fiducioso, il processo.
 Era tenuto in fermo in una luogo dove avrebbe con facilità potuto scappare, ma a chi lo esertava a scavalcare la finestra, rispondeva sereno che non aveva fatto niente e che sapeva che le cose si sarebbero chiarite...

Agata aveva pagato duramente il suo desiderio che il ragazzino avesse una degna sepoltura, il suo Giovanni lo trovarono dopo mesi, in un campo vicino al cimitero, con una pallottola in testa e in una buca che, forse, aveva dovuto scavare lui stesso, senza un fiore della sua donna, senza una lacrima dei tre figli,Ernesto, Giovannie e  Giacomo, che stavano sulle montagne a combattere e di Innocente, il primogenito, deportato in Germania...

Tolmezzo ha voluto ricordare Agata e le sue compagne: Sara, Franca e Gentile,  il 27 aprile di quest'anno, con una targa posta sul muro del municipio.
(da: http://deepnightpress.blogspot.com/2011/05/si-va-di-cheste-bande-ca.html)

lunedì 2 maggio 2011

Avasinis, ricordo commosso delle 51 vittime dell'eccidio del 1945

Avasinis 2 maggio 2011:  commemorate le vittime dell’eccidio del 1945


A 66 anni di distanza, si è rinnovata la commemorazione delle vittime dell’eccidio nazifascista di Avasinis, avvenuto sul finire  della guerra, il 2 maggio 1945.
In una chiesa parrocchiale gremita, don Giulio Ziraldo ha celebrato la santa messa, soffermandosi, nell’omelia, sui concetti di torto o ragione, sulla vendetta, sul significato evangelico del perdono.
Dopo la Santa Messa,  sono  state deposte  tre corone d’alloro al monumento-sacrario che ricorda le vittime.
Il sindaco di Trasaghis, Augusto Picco, esprimendo un vivo ringraziamento agli intervenuti, ha sottolineato come la numerosa partecipazione rappresenti una evidente  risposta  all’interrogativo sul perché ci si ritrovi ogni anno a commemorare il 2 maggio, una scelta presa dalla popolazione nell’immediato dopoguerra e  poi costantemente premiata dalla partecipazione commossa da parte dei familiari  delle vittime  e della gente. E' seguito il commosso intervento della signora Adriana Geretto,  presidente provinciale dell’Associazione Vittime Civili della Guerra, che si è soffermata sulle sofferenze della popolazione e sull'impegno per la costruzione di un futuro di pace, senza guerre.
Il sindaco di Udine Furio Honsell, nell'orazione ufficiale, è partito da una ricostruzione storica di quelle lontane vicende,  inquadrando i fatti di Avasinis nel più generale quadro repressivo instaurato dal nazifascismo. Ha quindi, in maniera toccante, dato lettura dell'elenco dei nomi delle 51 vittime, di quelli che ha definito "i martiri di Avasinis", sottolineando le circostanze dell'episodio ed il vasto dibattito che, da anni, è avviato sulle caratteristiche della Lotta di Liberazione. Honsell è passato a trattare poi  una profonda riflessione, dalla "rilettura" delle contrapposizioni del periodo della guerra e sul senso dell’impegno nella società contemporanea, anche attraverso una ferma difesa dei valori espressi dalla Costituzione.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, numerosi Sindaci e amministratori dei comuni vicini, il consigliere regionale Della Mea, i rappresentanti dell’ANPI Provinciale guidati dal segretario  Rapotez,  la quinta elementare e la prima media in rappresentanza delle scuole del comune,  gli Alpini dei Gruppi di Avasinis, Alesso e Peonis, diversi assessori e consiglieri comunali di Trasaghis, e tanti cittadini di Avasinis e dei paesi vicini.

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