Album di guerra

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I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona

sabato 7 maggio 2011

I "cosacchi che tornano in Friuli" nelle pagine di Leonardo Zanier

Nel mese di settembre dello scorso anno è uscito, di LEONARDO ZANIER, il libro
CARNIA
KOSAKENLAND
KAZACKAJA ZEMLJA
Storiutas di fruts in guera
(ed. Forum)
Si tratta di un importante contributo che, partendo dalle “storiutas di fruts in guera” inquadra le problematiche della occupazione cosacca in Carnia e dà conto degli ultimi sviluppi delle ricerche.

Ora il libro è consultabile anche online, sul sito “Carnia Libera 1944”:

Estrapoliamo dal sito le pagine che raccontano le vicende dei “cosacchi che tornano” nella disamina di alcuni casi personali che toccano la Valle del Lago e la Carnia.

Intanto le notizie sui cosacchi aumentano. Cambiano anche di segno: figli e nipoti che vengono a cercare tracce, a capire.
Queste visite Pieri Stefanutti le ha raccolte sotto il titolo "Cosacchi che tornano". Ne parliamo a lungo. Me ne parla e mi fa un appunto anche Brunello.
Nel 2007 arriva in Carnia Leyla Sugajpova, cecena, residente a Mosca, dove insegna matematica. Sulle tracce del nonno.
Causa scatenante è una foto scattata nel 1945. È la foto di una tomba nel cimitero di Amaro. Vi si vedono militari caucasici addensati attorno e sopra la tomba. Danno l’ultimo saluto, prima della ritirata, a un loro commilitone. La lapide ora è inghisata su un muro esterno della chiesa del cimitero di Amaro.
Le scritte sono in russo e in arabo. Dice la scritta in cirillico:
«Licev Gajsa Dishkanovich / nato nel 1898 / morto il 25 settembre 1944». Per avere la traduzione dall’arabo è solo un problema di tempo.
Quella foto era stata pubblicata anche in un libro dell’ANPI.
È forse da lì che arriva su internet. Un giornale russo la riprende. Il padre di Leyla la vede e rimane senza fiato. Guardandola e riguardandola ha sempre meno dubbi: il militare più vicino alla
lapide, a sinistra in piedi col colbacco nero, è suo padre, Movla Sugajpov. Nato a Riga nel 1918. Di lui nessuna notizia dal 1944: una lettera dalla Cecoslovacchia. Il padre chiede alla figlia di andare in Carnia per provare a ricostruire il percorso e trovare memorie del loro congiunto. Leyla va prima ad Ampezzo al Museo della Resistenza. Le danno come referente Alfarè. Si trovano a Udine e lì consultano gli archivi dell’ANPI, dell’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, della Biblioteca civica. Poi va ad Alesso per incontrare Pieri Stefanutti che, da anni, segue e documenta le tragiche vicende dell’occupazione cosacca. Poi ad Amaro e quindi a Sutrio. In quel cimitero ci sono ancora tre tombe di cosacchi, su tutt’e tre, negli appositi vasetti, profumano fiori freschi. Dice Alfarè: «Appena vede quei fiori Leyla esclama: The carnik people is a good people…».
Di Leyla non si sono avute ancora altre notizie. Del nonno non è emersa nessuna traccia. Avrà seguito nella ritirata il grosso dei suoi? Sarà almeno arrivato in Austria? E Poi? Seppellito a Spittal?
O durante la deportazione in Siberia? O lì in un qualche ‘campo’?
Ma se morto in un ‘campo’ qualche traccia dovrebbe restare.
Ma poi Renato Stefanutti, altra colonna portante di Alesso, mi dice: «Alla fine di maggio è venuta ad Alesso/Novocerkassk una delegazione di cosacchi con la divisa di gala. Na robona». Mi documento subito con Pieri: si chiamano: Dimitri Kovalev e Nikolaj Anokhin (cosacchi del Terek) e Nikolaj Sviridov (cosacco del Kuban). Saranno poi raggiunti dal loro atamano, Nikolaj Eremitehev (la suprema autorità militare cosacca). Nei giorni seguenti sono ricevuti dal sindaco di Trasaghis, Augusto Picco. Hanno potuto vedere tutto quello che è ancora possibile vedere: la targa che ricorda l’occupazione dei loro padri e nonni, le quattro pale e l’icona che sono rimaste nella chiesa di Alesso (lascito involontario). Incontrano anche la popolazione di Alesso, in piazza, tra cui diverse vittime del forzato sfollamento del 1944, traduce Franceschino Barazzutti. Si sono ripromessi di far conoscere, tornando, questo travagliato periodo per loro e per noi: «Una pagina di storia che, in Russia, è praticamente ignota».
(pp. 23-25)

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