Album di guerra

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sabato 4 febbraio 2012

Stragi naziste. La sentenza dell'Aja "chiude" anche i casi friulani?

La sentenza della Corte Internazionale  di Giustizia dell'Aja  che  ha stabilito la non applicazione alla Germania odierna  dell'obbligo di indennizzo per le vittime delle stragi naziste ha dei riflessi anche per il Friuli, se non altro sul piano "morale":  i tanti episodi friulani non sono mai arrivati a un dibattimento giudiziario. Nel famoso "armadio della vergogna" c'erano solo alcuni fascicoli aperti sui casi friulani. Ne citiamo alcuni: quello per l'uccisione di due partigiani a Raspano nell'ottobre 1944,  quelli contro la "Banda Rebez" per le uccisioni a Strassoldo e Palmanova;  quello  contro "Il boia di Colonia" per l'eccidio di Torlano, quello contro i responsabili dell'uccisione di 12 partigiani prigionieri  a Villa Orter di Tarcento il 30 aprile 1945, quello per l'uccisione di cinque civili a Tricesimo da parte di truppe tedesche in ritirata il 1° maggio 1945.  
Nulla, per esempio, sulle stragi di Pramosio e della Valle del But del luglio 1944, nulla sulla strage di Avasinis del 2 maggio 1945 (che pur aveva visto, in anni recenti,  la apertura di inchieste da parte della magistratura militare italiana e di quella tedesca).   La sentenza dell'Aja attesta - probabilmente - che nemmeno questi episodi verranno più affrontati in sede giudiziaria.  La discussione e il dibattito storiografico, comunque,  rimangono aperti.



03/02/2012 - SENTENZA DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA
Stragi naziste, vittoria tedesca all'Aja: "Berlino non deve risarcire gli italiani"



Civitella, Cornia, San Pancrazio, Grizzana, Marzabotto, Fosse Ardeatine. Sono state 15mila le vittime delle oltre 400 stragi naziste compiute in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945. I loro carnefici qualche giorno di carcere lo hanno fatto. Ma la Germania di oggi non deve pagare risarcimenti alle famiglie decimate dalle fucilazioni e dalle rappresaglie delle squadracce hitleriane. A stabilirlo è stata oggi, con sentenza inappellabile, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, massimo organo giudiziario dell’Onu.

Il presidente del tribunale, il giapponese Hisashi Owada, ha impiegato 80 minuti per leggere il dispositivo di una decisione che condanna l’Italia per «non avere riconosciuto l’immunità» garantita a Berlino dal diritto internazionale. Il punto di diritto è uno, inequivocabile: non c’è continuità fra il Terzo Reich e la Repubblica Federale Tedesca, messa al riparo da richieste di risarcimento dalla ’Convenzione per la soluzione pacifica delle controversiè adottata dai membri del Consiglio d’Europa il 29 aprile 1957, ratificata dall’Italia il 29 gennaio 1960 ed adottata dalla Germania il 18 aprile 1961. «Rispettiamo la sentenza», ha commentato il capo della diplomazia italiana, Giulio Terzi, sottolineando però «il riferimento che la Corte fa all’importanza di negoziati tra le due parti per individuare una soluzione».

A Berlino hanno tirato un sospiro di sollievo per la sentenza. «Un giudizio importante per la Germania e l’intera comunità internazionale», l’ha definito il ministro degli Esteri Guido Westerwelle. «Non è contro le vittime del nazismo», la cui «sofferenza» è «già pienamente riconosciuta dal governo tedesco», ha aggiunto prima di sottolineare che la causa intentata dalla Germania contro l’Italia «non intendeva relativizzare o mettere in dubbio le responsabilità» per i crimini della Seconda guerra mondiale e che comunque «tutte le questioni inerenti a questo giudizio» saranno valutate «nello spirito di relazioni bilaterali strette e di piena fiducia». Apertura al dialogo, quest’ultima, tutta da valutare. (...)

Per la Corte dell’Aja, tuttavia, nessun argomento diluisce il diritto all’immunità conquistato mezzo secolo fa dalla Germania di oggi. Tanto che la sentenza «invita» l’Italia a scrivere una legge «o a ricorrere a qualsiasi altro metodo a sua scelta» per far sì che «siano prive d’effetto» le sentenze risarcitorie già emesse dai tribunali italiani.

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