Album di guerra

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I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona

sabato 17 marzo 2012

Ricordando i "Perlasca" della ferrovia pontebbana

Il "Messaggero Veneto" del 16 marzo ha ospitato una riflessione del prof. Luciano Simonitto sul ruolo avuto dai ferrovieri a Stazione per la Carnia, nel duro periodo tra il 1943 ed il 1944, quando diversi di loro si attivarono per aiutare quanti viaggiavano forzatamente verso la deportazione. Simonitto ripropone un tema  a lui caro: se la figura di Giorgio Perlasca ha giustamente avuto un eco considerevole, non sarebbe giusto ricordare anche l'impegno civile di quei ferrovieri e di quelle donne che prestarono soccorso ai deportati?

I “Perlasca” della pontebbana erano di estrazione eterogenea

Correva l’anno 1944, Bellina Dionisio, alunno d’ordine (sottocapostazione) della stazione di Venzone annotava nel suo diario: «Nel pomeriggio del 22 luglio 1944, verso le ore 16.30 giungeva a piedi in questa stazione il collega della stazione di Carnia, Bardelli Angelo, accompagnato da un sottufficiale e da sei militari tedeschi. Osservai che il Bardelli era un po’ malconcio. Difatti presentava una ferita al sopracciglio, labbra tumefatte e sanguinanti e la guancia sinistra contusa e gonfia. Cercai di avvicinarlo ma mi fu impedito in malo modo sia dal sottufficiale che dai militari. Seppi poi che la mattina seguente col treno 1635 il suddetto Bardelli era stato tradotto a Udine sempre in stato d’arresto». Angelo Bardelli era stato sorpreso dai soldati tedeschi mentre segnalava telegraficamente al collega di Villa Santina la partenza di un treno blindato. Il comando nazista invero, nell’estate del ’44, aveva deciso di dare segnali forti con azioni spettacolari, deterrenti, per chi segnalava i treni blindati che avrebbero dovuto raggiungere il cuore della Carnia. L’autore del messaggio, come dicevo, venne individuato, tradotto al locale comando tedesco, duramente picchiato. Trascorsa una settimana, anche lui restava assordato dallo scorrere delle ruote sulle rotaie, dal ritmo monotono del treno verso il campo di concentramento di Auschwitz. Questo eroico modo di vivere la resistenza può tornare utile per una lettura corretta del momento storico in tempi in cui si tende a stravolgere e a dimenticare la storia, attraverso un revisionismo assurdo che fa leva su episodi opera “del male” che sempre serpeggia nella società sia in guerra sia in pace. E “il male” serpeggiò effettivamente anche in Friuli. Purtroppo anche ovviamente tra le fila di coloro che erano animati da vero amor di patria, pronti al sacrificio e fiduciosi nel proprio ideale, si erano annidati profittatori e avventurieri spinti più che da motivi politici, da ragioni di appetito, razzia, vendetta, e zotico protagonismo. Alcuni deplorevoli episodi nulla tolgono però agli ideali da cui all’improvviso sbocciare della primavera nacque la resistenza quasi un miracolo da paragonarsi ai miracoli della natura che fanno spuntare i fiori e le gemme in un dato giorno. Scorrendo la cronaca di questi tempi si assiste amaramente a una squallida divisione fra Comuni sul dove tenere la cerimonia del 25 Aprile. L’ex presidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Antonio Martini, li invita a fare un passo indietro, a riflettere, io li invito qualora non trovassero coesione, a salire là dove i ferrovieri, «i Perlasca della pontebbana”, rischiando e perdendo la vita hanno evitato i campi nazisti a centinaia di giovani deportati, là dove quelle ragazze, quelle spose, quelle anziane già provate dal dolore per la perdita o la prigionia dei propri cari nella prima guerra mondiale e in quella in corso, dotate di sensibilità particolare, sentivano quei disgraziati che invocavano aiuto dalle gratelle dei carri del dolore, come figli della loro terra e la loro cultura cristiana trasfusa nel sangue le univa spiritualmente a tale dolore. Sindaci del dissenso, anche l’estrazione politica degli “angeli della ferrovia pontebbana” era eterogenea, molti erano rimasti fedeli al socialismo di cui proprio la Carnia era stata la culla nell’Italia settentrionale, altri come Angelo Bardelli, classe 1911, erano dei “conquistatori dell’Impero” con onorificenze che avevano permesso loro di trovare un posto di lavoro sicuro in tempi di difficile occupazione. Come conciliare dal punto di vista ideologico il paradosso di uomini che hanno salvato la vita di migliaia di deportati, ma avevano militato anche nelle “camicie nere” combattendo nella guerra di Etiopia? Gli atti umanitari da loro compiuti poco contavano con la politica, non avevano assolutamente a che fare con l’ideologia, ma erano dettati dalla loro coscienza che non poteva giustificare ciò che i tedeschi facevano, erano il frutto di sublime abnegazione e coraggio che li conducevano al di sopra delle parti, unicamente e cristianamente tesi a porgere le mani ai fratelli prostrati nel fisico e nella mente.

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