Album di guerra

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I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona
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domenica 10 maggio 2015

A maggio ancora si moriva.... La fine della guerra in Friuli

Ormai chiuse le commemorazioni per il 70° anniversario della fine della guerra e della Lotta di Liberazione, non è inutile riproporre un quadro sintetico di quel che è accaduto in Friuli tra la fine di aprile e l'inizio di maggio del 1945, dato che gli ultimi protagonisti di quelle giornate se ne stanno inesorabilmente andando e molto spesso non si ha il tempo o la voglia di ricorrere alla pur ricca  documentazione bibliografica esistente.

Una settimana esaltante e terribile, l’ultimo colpo di coda della guerra

Dall’annuncio dell’insurrezione fino ai primi di maggio si combattè e si morì.L’arrivo dei partigiani, le trattative, la fuga dei tedeschi, l’ingresso degli alleati
Nel corso della storia Udine e il Friuli hanno sempre scontato una certa marginalità: anche il 25 aprile 1945, data simbolo della Liberazione in Italia, è arrivato il... 1 maggio. In quei giorni e negli altri seguenti anche le zone periferiche, sopratutto montane, hanno avuto ulteriori scossoni. Oggi vogliamo raccontare tutto quello che è successo – settant’anni fa – in una settimana o poco più.
Il 25 e il 26 arrivano notizie dell’insurrezione di Milano e dell’avanzata nella pianura padana dell’Ottava armata britannica destinata, cinque giorni dopo, a raggiungere Udine. Dal Cln era arrivato l’ordine di costituire il comando unico tra Garibaldini e Osovani, ma questo fu possibile soltanto in extremis, dati i contrasti tra le parti, aggravatisi dopo la strage di Porzûs (7 febbraio). Un duro colpo per la Resistenza era stato inoltre la feroce rappresaglia nazista del 9 aprile (29 partigiani fucilati in via Spalato, tra cui il comandante Modotti).
I tedeschi avevano concentrato a Udine tutti i comandi. Il presidio occupava la zona di piazzale Osoppo-Chiavris, trincerato e munito di cannoncini anticarro (dietro la Birreria Moretti c’era l’abitazione del comandante della piazza, colonnello Voigt), mentre in Giardin Grande la sede di palazzo Cantore era protetta dai reticolati, assieme a quella della polizia segreta, nella vicina via Cairoli. Il centro motore dell’attività partigiana, poi anche sede del comando unificato, era a San Domenico, nella canonica di don De Roja, il coraggioso prete che ebbe un ruolo molto importante in quelle giornate di 70 anni fa.
Ma ecco la cronaca degli ultimi sette giorni , ricchi di vicende esaltanti e tragiche desunte da relazioni e ricostruzioni forniteci dagli archivi dell’Anpi e da memorie di protagonisti e testimoni. Il 27 aprile si decide il comando unificato tra Garibaldini e Osovani. I vertici della Garibaldi Udine si insediano in via Villa Glori 43 e mobilitano le varie brigate in punti strategici: Pradamano, Santa Margherita, Codroipo, Pozzuolo, mentre la brigata Udine è destinata alla città. Il 28 aprile si susseguono le azioni di disturbo alle colonne di tedeschi e cosacchi che si apprestano a lasciare il Friuli dirigendosi verso nord. In via Volturno un reparto al comando di Emilio Biasiol riesce a far prigionieri 14 tedeschi. Ma poi sopraggiungono alcune centinaia di SS impegnate in un rastrellamento: muoiono due civili. Nella Bassa gli Osovani liberano Palazzolo, mentre gli uomini del battaglione Partidor della quarta divisione, con un audace colpo di mano, conquistano Cordovado.
Domenica 29 aprile s’intensifica l’attività delle pattuglie partigiane. In via Martignacco 26 viene istituito il Centro raccolta armi. Nella stessa strada sono catturati due carri armati tedeschi. Il 30 aprile viene impartito l’ordine di insurrezione («ma le varie formazioni hanno preso l’iniziativa senza aspettare disposizioni dal Comando generale» annota Vanni Padoan in “Un’epopea partigiana alla frontiera fra due mondi”). Alle prime luci dell’alba scatta l’avanzata verso la città, mentre i tedeschi stanno lasciando uffici, caserme, postazioni. A Pozzuolo i reparti della contraerea minacciano di distruggere il paese a cannonate. La brigata Udine riesce a occupare piazzale 26 Luglio e la zona verso la stazione ferroviaria. E i magazzini più importanti: il Frigorifero di via Sabbadini, i depositi Agip di via Catania e Shell di via Marsala. Occupata anche la stazione radio di viale Venezia che i tedeschi stavano per far saltare.
Il 30 aprile registra gravi episodi in comune di Tavagnacco, ricordati da Giannino Angeli con “Viva l’Italia libera!” Il battaglione Italia - Renato Del Din si scontra a Colugna con 300 SS. I tedeschi, in ritirata, per rappresaglia uccidono 19 persone nella zona tra Feletto e Adegliacco. È soltanto il primo di una serie di eccidi che insanguineranno gli ultimissimi giorni di guerra.
Si combatte e si muore, ma anche si tratta. Sabato 28 aprile, verso mezzogiorno il colonnello Voigt, comandante di piazza convoca il professor Gino Pieri, primario dell’ospedale e importante esponente dell’antifascismo friulano per intavolare, suo tramite, trattative con il Cln per la capitolazione tedesca a Udine. Sentito Voigt, Pieri ascolta i capi del Cln e riferisce la risposta, battuta a macchina da Agostino Candolini: «Non possiamo accettare se non la resa incondizionata!».
Ha miglior esito – due giorni dopo – la mediazione in extremis di don Emilio De Roja, che (come racconta don Cargnelutti nel libro “Preti patrioti”) quale rappresentante dell’arcivescovo Nogara e della Garibaldi-Osoppo si è incontrato col colonnello Voigt per uno scambio di prigionieri. Ed è riuscito a indurre i tedeschi – che avevano minato l’acquedotto e altri impianti – e lasciare Udine senza fare danni. E li ha anche convinti a consegnargli le chiavi del carcere di via Spalato.
Nella notte gli ultimi reparti nazisti lasciano Udine, ma ore drammatiche si stanno ancora vivendo alla periferia. A San Gottardo ci sono i tedeschi, con i cannoni puntati. Verso mezzanotte – come ha annotato il parroco del Sacro Cuore, don primo Palla – le cannonate si fanno sentire per una ventina di minuti. All’alba i partigiani attaccano i tedeschi, alcuni dei quali si rifugiano nel campanile, dove si sono nascosti donne e bambini. I tedeschi rispondono al fuoco dalla torre, mentre aerei inglesi ripassano a mitragliare. Un inferno che dura l’intera mattinata: tutti salvi, per fortuna, i civili.
Nel corso della notte ci sono altri passaggi di tedeschi, mentre le brigate partigiane continuano la penetrazione in centro. Alle 6 gruppi di “fazzoletti verdi” invadono piazza Libertà e l’osovano Castenetto espone il tricolore in castello. Mezz’ora dopo Saccomani e Rosso del comando di divisione fanno lo stesso con la bandiera rossa della Garibaldi. Alle 7.30 tutti gli obiettivi sono stati raggiunti e Udine, dopo venti mesi di occupazione nazista, è completamente libera.
Nella mattinata del 1° maggio in municipio si riunisce il Cln che designa il socialita Giovanni Cosattini sindaco di Udine, il dc Agostino Candolini prefetto e il comunista Lino Zocchi questore. La piazza si affolla e quando Cosattini si affaccia al balcone, è gremita all’inverosimile. Parlano anche Umberto Zanfagnini e il comandante Emilio Grossi. Nel primo pomeriggio,verso le 15.30, arrivano gli alleati, accolti da fiori e applausi. I carri armati inglesi percorrono viale Venezia e sostano con la gente nelle vie del centro, immortalati dal fotografo-patriota Carlo Pignat.
Il primo maggio anche Cividale è liberata dagli osovani di Aldo Specogna e di Tarcisio Petracco ai quali danno manforte contro gli ultimi tedeschi gli alpini del reggimento Tagliamento arresisi ai fazzoletti verdi. Ma il giorno dopo c’è la calata degli slavi e la gente, impaurita, si chiude nelle case. Per fortuna il 3 maggio arrivano le forze canadesi e la tensione diminuisce.
Il 2 maggio Udine cambia giornale: esce il primo numero di “Libertà”, quotidiano del Cln, che prende il posto (nello stesso stabilimento di via Carducci) del Popolo del Friuli, l’organo del defunto regime. Era uscito per l’ultima volta il 28 aprile con in prima pagina un appello firmato dal questore Bruni, dal federale Cabai e dal podestà di Caporiacco dal titolo sintomatico “Invito alla calma”, in pratica un “si salvi chi può!”. Quanto a “Libertà”, diretto da Felice Feruglio, avrà vita breve: fino all’8 luglio 1947 (e nello stesso stabilimento di via Carducci resterà solo il Messaggero Veneto, che aveva cominciato le pubblicazioni il 24 maggio 1946 insieme col quotidiano del Cln).
Torniamo al 2 maggio 1945, la guerra non è finita: tedeschi e cosacchi occupano ancora la Carnia e il Tarvisiano. A Ovaro i cosacchi stanno per lasciare la zona. Come ricorda Giancarlo Chiussi, allora capo di S.M. della quinta divisione Osoppo, il maggiore cosacco Nauziko lancia una bomba a mano contro i rappresentanti della Garibaldi e della Osoppo che gli chiedono la resa. Scoppia la battaglia. Molti cosacchi si arrendono mentre una sessantina di irriducibili si barrica in una casa di Chialina. I partigiani piazzano casse di bombe sotto l’edificio.
Alle 5 del 2 maggio lo scoppio: una ventina i morti. Altri resistono ancora nella scuola di Ovaro che viene incendiata dai partigiani. Ma arriva da Muina un’altra colonna di cosacchi e la battaglia si estende. Vengono uccisi anche 23 civili, tra cui il parroco don Cortiula.
I nazisti in ritirata fanno un’altra strage ad Avasinis: 51 le vittime, tra cui 8 bambini. Il paese era stato occupato dai cosacchi, che il 29 aprile se n’erano andati e, senza spargimento di sangue, i partigiani avevano preso possesso della zona. Ma il 2 maggio duecento soldati delle SS sono piombati ad Avasinis vincendo la resistenza dei partigiani e massacrando gli abitanti. Ultime rappresaglie anche a Venzone, Cavazzo e in altre località. Ancora giorni amari a Tolmezzo: il 3 maggio tra il Cln e i cosacchi è raggiunto un accordo per lo sgombero, ma i tedeschi non cedono: se ne vanno solo il 6. E il 10 maggio si ritirano anche dal Tarvisiano.

domenica 24 giugno 2012

Presentato a Paularo "Carnia 1944, il sangue degli innocenti"


E’ stato presentato a Paularo, nell’auditorium “Jacopo Linussio” in via Roma, in una serata promossa dall’Anpi provinciale e dal circolo “Argo Secondari”, il video “Carnia 1944, il sangue degli innocenti” realizzato da Dino Ariis per la Nn-media.
La realizzazione del video è nata da una "voce" che gira da tempo in Carnia,  tesa a insinuare che durante un  prelievo di cavalli in Austria da parte dei partigiani carnici vi  sia stata una feroce azione delittuosa, capace quindi di "innescare" la decisione di compiere una feroce rappresaglia, compiuta poi da una "controbanda" tedesca nelle malghe di Lanza, Cordin, Pramosio e lungo la valle del But, nel luglio del 1944. La prima citazione di questo tipo risale agli anni '60, e si deve alla "Storia della guerra civile" di Giorgio Pisanò il quale narra che  "sette partigiani “gari­baldini” partirono dalla base di Luincis e, attraverso il Passo Premosio, penetrarono in territorio austriaco. Giunti in una malga nei pressi di Wurmlach, i sette assalirono una baita, uccisero due giovani pastori e violen­tarono a turno una ragazzina di dodici anni che, alla fine, venne gettata ancora viva nel siero bollente. Alla sera, in sella a dei ca­valli sequestrati nei pressi della baita, rien­trarono alla base".
La versione è stata ripresa più volte, da svariati ricercatori  (Bellinetti Arena, Sollero, Pirina, Corbanese e Mansutti…) sino a diventare  convinzione acclarata.
Dino Ariis e Pieri Stefanutti, rileggendo la documentazione bibliografica disponibile, andando alla ricerca di nuovi testi e documenti e, soprattutto, cercando dei testimoni diretti  in grado di rievocare quelle esperienze lontane,  sono riusciti dapprima a produrre un video, "Pramosio, il giorno dell'infamia", presentato nel luglio del 2007 e poi, attraverso un'azione ancor più serrata, al di qua e al di là del confine, ad arrivare, con un nuovo video, "Carnia, il sangue degli innocenti" , a offrire delle risultanze per dimostrare … che quel fatto non è mai accaduto.
Nel video si definisce innanzitutto l'effettiva entità dei furti di bestiame, cosa che è stata fatta andando "alla fonte", consultando cioè i documenti della Gendarmeria austriaca e diversi  archivi austriaci dove tale documentazione viene conservata in copia e dove non compare mai documentazione del verificarsi di un episodio violento come quello citato.
Per verificare se un episodio del genere fosse accaduto in altre località ed erroneamente fosse stato attribuito alla zona di Wurmlach, sono stati consultati tutti i registri delle Gendarmerie della valle della Gail, non trovando nemmeno qui alcun riferimento a un episodio del genere.
Con una serie di interviste raccolte oltre confine, viene documentato  il transito di diversi gruppi organizzati in "controbande", il rientro in Austria dopo le uccisioni nelle malghe carniche, il trasporto del bestiame preso nelle  malghe di Lanza e Cordin nella valle del Gail (dove poi è stato caricato su vagoni ferroviari), a ulteriore dimostrazione della insussistenza della tesi che attribuisce le uccisioni e i furti ai partigiani italiani.
Il video approfondisce poi alcuni dettagli legati proprio alla zona di Paularo, per accertare quanto di vero vi fosse  in alcune "voci" che giravano in Carnia relativamente alla "non attribuzione" delle uccisioni di Lanza e di Cordin alla controbanda, Da Paularo, infatti, è emersa recentemente una ricostruzione  (che circola in Carnia, anche se ancora non edita ufficialmente) che, effettivamente,  tenderebbe ad attribuire ai partigiani una serie notevole di furti di bestiame in Austria e anche le uccisioni di Lanza e di Cordin: nessuno degli elementi riportati riesce però, in realtà, a superare il vaglio dei controlli incrociati e ad assumere quindi elementi di veridicità.
Nella presentazione di Paularo il video è stato introdotto, oltre che dagli autori, anche dal presidente dell’Anpi Vincenti che ha sottolineato l’importanza del  lavoro di ricerca storica teso a definire i contesti effettivi degli episodi ricostruiti. Il presidente dell’Anpi ha anche segnalato la possibilità che, di fronte a iniziative palesemente diffamatorie nei confronti della Resistenza, l’associazione possa anche  chiedere l’intervento della magistratura.
Il pubblico ha poi assistito con viva attenzione  alla proiezione del video (quasi due ore di montaggio serrato di interviste e documentazioni) esprimendo un giudizio positivo sul lavoro. Diverse persone, a  proiezione conclusa, hanno fornito agli autori della ricerca filmata  ulteriori testimonianze su episodi della Resistenza nella zona di Paularo che confermano quanto ricostruito nel video.

A margine della proiezione del video vi è stato l’intervento del prof. Igino Piutti che, dal proprio blog, ha sottolineato l’importanza del lavoro di ricerca sostenendo però che esso va  proseguito con serietà e raffronto delle diverse tesi, senza ricorrere alla richiesta di intervento della magistratura di fronte a tesi che paiono non collimare con le proprie convinzioni:

Libertà: valore nato dalla Resistenza.


 A Federico Vincenti Presidente dell'ANPI provinciale.
(a margine dell'incontro a Paularo per la presentazione del DVD di Ariis - Stefanutti  sulle stragi nelle malghe di Paularo)
Mi dispiace di non aver potuto replicare al suo intervento alla presentazione a Paularo del Dvd “Il sangue degli innocenti”. Le avrei voluto dire che non si possono considerare “ambienti ostili ai valori della Resistenza” quelli che stanno cercando la verità sulla Resistenza. Le avrei detto che nella Resistenza si devono separare i valori dai fatti. Mettere in discussione i fatti non è mettere in discussione i valori. Il primo valore della Resistenza, se non vado errato, è proprio quello della libertà. Libertà quindi prima di tutto di ricerca, anche e proprio a partire dai fatti della Resistenza. E proprio sulla base del valore nato con la Resistenza della libertà nella accezione di Voltaire: “Non approvo quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Se con le querele, come anche da lei ipotizzato, attribuiamo a un magistrato che nulla sa della storia, il potere di decidere sulla verità dei fatti della Resistenza, che libertà è mai quella che ci è venuta per merito e con il sacrifico degli eroi della Resistenza? Le semplificazioni sono contro la verità: non si può dire che sono stati buoni i partigiani e cattivi i fascisti. Ci sono stati partigiani eroi idealisti, ed altri meno (per usare un eufemismo!), ci sono stati fascisti spietati ed altri che si sono comportati da persone perbene.
Mi il problema della verità è forse un altro! E' che nell'humus della storia passata. si devono affondare le radici della prospettiva per il futuro. Non ci può essere futuro, se non si parte dalla verità sul passato. Il fatto che a presentare il filmato sia stata l'Anpi di Udine, mi ha fatto riandare a quando, come scrive Lizzero, “furono le grosse personalità politiche del piano che salirono in Carnia” a costituire la Repubblica Partigiana del Friuli (non della Carnia!). Forse è proprio lì che sono cominciati i nostri problemi. Ci è stata propinata una storia che non era la nostra e ci è stato impedito di costruirci il nostro futuro. Con buona pace degli udinesi, vorremmo “tornare alla storia” cercando la verità sui fatti, non per smentire o denigrare qualcuno, o per inutile curiosità, ma perchè nella verità dei fatti vorremmo trovare la verità delle cause, la verità dei perchè.
Forse non esiste la verità. Ma già il desiderio di ricercarla è un valore...anche questo nato nella Resistenza. Ci sia consentito di realizzarlo, senza mettere di mezzo la magistratura ad impedire la ricerca, proprio per rispetto di quanti sono caduti per il loro desiderio di verità e di libertà. Non so se la verità sul sangue degli innocenti dell'eccidio delle malghe carniche o del sabato di sangue nella Valle del But, sia quella della importante ricostruzione fatta da Stefanutti-Ariis, o quella di Natalino Sollero o Nazario Screm. Forse nessuna delle tre! Ma con il loro impegno queste persone ci aiutano ad avvicinarci alla verità. Credo non sia neppure importante raggiungerla, la verità. Più importante sentire la necessità di cercarla. La libertà deve essere bisogno di verità...  


sabato 7 gennaio 2012

Sergio Romano, sul "Corriere della Sera", affronta il tema della fine dei cosacchi, dalla Carnia alla Drava

Le vicende della Carnia del 1945 e la fine dell'occupazione cosacca vengono riprese sulla stampa nazionale nella rubrica "Lettere al Corriere" tenuta da Sergio Romano.


TOLMEZZO Si erano arresi senza combattere. Una pagina di storia tragica della Carnia 
Romano: «I cosacchi furono traditi dagli alleati»

Sabato 7 Gennaio 2012, Il Gazzettino
TOLMEZZO - (D.Z.) «Gli alleati tradirono i cosacchi, pur dopo che questi ultimi stanziatisi in Carnia, si arresero volontariamente senza combattere alle truppe britanniche del generale Alexander»; lo fecero «perché in loro prevalsero considerazioni politiche e forse, banalmente logistiche: troppe persone senza patria da dover alloggiare, nutrire, vestire» ma alla fine «lo spettacolo di tante persone votate all'ennesima purga staliniana turbò per molto tempo le loro coscienze». Così uno dei maggiori storici italiani, Sergio Romano, è ritornato su una delle tragedie dimenticate della Seconda Guerra Mondiale, ovvero il suicidio di massa e la riconsegna all'Armata Rossa delle truppe cosacche nel maggio 1945 nella valle della Drava austriaca. Lo ha fatto sullo sprone di un lettore che giovedì lo ha pungolato sul suo spazio delle lettere nel Corriere della Sera. Con il titolo "Quando gli alleati tradirono i cosacchi di Tolmezzo", Romano ha cercato di ricostruire in sintesi la breve storia di questo popolo, «circa 35 mila persone, tra soldati e gruppi familiari, che si erano accordati con l'esercito tedesco durante la ritirata: erano nella provincia di Udine vicino alla frontiera austriaca da quando Alfred Rosemberg, ministro nazista dell'Est e grande teorico dell'antisemitismo aveva concesso loro, qualche mese prima, una zona di residenza da utilizzare come base strategica. Avrebbero dovuto opporsi all'avanzata degli Alleati verso l'Austria». 



Questo il testo integrale della lettera arrivata al Corriere e della risposta di Romano:


QUANDO GLI ALLEATI TRADIRONO I COSACCHI DI TOLMEZZO

Una tragedia dimenticata: il suicidio di massa e la riconsegna all’Armata Rossa delle truppe cosacche e delle loro famiglie che dopo essersi insediate nella Carnia italiana si spostarono alla fine della Seconda guerra mondiale, nel maggio 1945, nella valle della Drava austriaca. È veramente difficile accedere a fonti sulla vicenda; qual è la sua conoscenza dei fatti?

Lorenzo Puccetti , 
QUANDO GLI ALLEATI TRADIRONO I COSACCHI DI TOLMEZZOCaro Puccetti,
Il caso dei cosacchi di Tolmezzo è soltanto il capitolo di una più grande tragedia: quella dei cittadini sovietici (due milioni secondo alcune fonti) che gli Alleati, sulla base degli accordi di Yalta, consegnarono all’Urss dopo la fine della guerra. Molti erano disertori dell’Armata Rossa e avevano combattuto con i tedeschi nelle file dell’esercito del generale Vlassov. Altri erano stati «collaborazionisti », a vario titolo, e appartenevano generalmente a gruppi sociali e nazionali — i cosacchi, i georgiani, gli ucraini, i baltici, i tedeschi del Volga, i ceceni e altre nazionalità caucasiche— che si erano battuti contro i Rossi durante la guerra civile, sino al 1921, e non avevano mai smesso da allora di considerare l’Unione Sovietica come una potenza coloniale. Avevano accolto la Wehrmacht come un esercito di liberazione e ne avevano condiviso le sorti.

I cosacchi di Tolmezzo erano circa 35.000 e formavano un piccolo popolo composto, più o meno in parti eguali, da soldati e da gruppi familiari che si erano accodati all’esercito tedesco durante la ritirata. Erano nella provincia di Udine vicino alla frontiera austriaca, da quando Alfred Rosenberg, ministro nazista dell’Est e grande teorico dell’antisemitismo, aveva concesso loro, qualche mese prima, una zona di residenza da utilizzare come base strategica. Avrebbero dovuto opporsi all’avanzata degli Alleati verso l’Austria, ma si arresero senza combattere alle truppe britanniche del generale Alexander dichiarando che il loro solo nemico era Stalin e che soltanto per questo avevano deciso di combattere a fianco dei tedeschi. Dopo qualche scambio di messaggi fra lo Stato maggiore, il ministero della Guerra e il Foreign Office, il governo britannico, tuttavia, decise di rispettare l’impegno di Yalta e raggruppò i cosacchi di Tolmezzo, insieme ad altri contingenti russi, georgiani e croati, accanto alla città di Lienz nella valle austriaca della Drava. Quando venne il momento della consegna ai sovietici vi furono sommosse, scioperi della fame e numerosi tentativi di suicidio. Anche gli inglesi, nel frattempo, si erano resi conto di ciò che sarebbe accaduto ai loro prigionieri non appena avessero attraversato la cortina di ferro. Ma a Londra prevalsero considerazioni politiche e, forse, banalmente logistiche. Gran parte dell’Europa centrale, in quei mesi, era divenuta un enorme accampamento di profughi, disertori, fuggiaschi, militari sbandati: un popolo di «displaced persons », gente senza casa e senza patria, che occorreva alloggiare, nutrire, vestire e, per evidenti ragioni di ordine pubblico, separare dal resto della popolazione. Ma lo spettacolo di tante persone votate all’ennesima purga staliniana turbò per molto tempo le coscienze di coloro che li avevano consegnati ai sovietici. Troverà il racconto di quella vicenda, caro Puccetti, nei libri di Nicolaj Tolstoj e in un libro di Nicholas Bethell intitolato «The last secret» (l’ultimo segreto), apparso a Londra nel 1974 e tradotto in francese l’anno seguente. Non credo che ne esista una edizione italiana.


(da: http://www.corriere.it/lettere-al-corriere/12_Gennaio_05/QUANDO-GLI-ALLEATI-TRADIRONO-I-COSACCHI-DI-TOLMEZZO_c5066408-3767-11e1-8a56-e1065941ff6d.shtml )

venerdì 21 ottobre 2011

La cerimonia di Rattendorf sulle pagine di"Patria Indipendente"

La rivista nazionale dell'Anpi "Patria Indipendente" ospita, nel numero 8 datato settembre 2011, un articolo del presidente provinciale Federico Vincenti  sulla cerimonia tenutasi lo scorso luglio a Rattendorf Alm, in Austria, quando è stata ricordata la figura del comandante partigiano carnico "Augusto" e, con lui, quella del movimento di Liberazione che ha operato nella Carnia. L'articolo di Vincenti si sofferma anche sulle indagini svolte recentemente per arrivare alla definizione precisa del contesto di quelle lontane vicende, facendo fronte così al diffondersi di ricostruzioni affrettate se non palesemente falsate. Le vicende della zona confinaria tra Carnia ed Austria trovano così un importante spazio di documentazione su una rivista diffusa a livello nazionale.

venerdì 23 settembre 2011


Carnia ’44, laboratorio
di democrazia

La repubblica libera durante l’occupazione nazista: se ne parla domani a Udine e sabato ad Ampezzo.

      di Fulvio Salimbeni
      Due giorni di lavori, articolati in tre sessioni, dedicate rispettivamente a Le repubbliche partigiane e i movimenti di resistenza in Europa (Corni, Wieviorka, Bellezza, Gobetti), a Le zone libere italiane: partigiani e popolazione tra nazifascismo e libertà (Peli, Schlemmer, Koschat, Paolo Ferrari, Fragiacomo) eNuovi documenti e nuove prospettive per la storia della Repubblica della Carnia e dell'Alto Friuli (Ermacora, Buvoli, Liliana Ferrari, Emmanuelli, di Brazzà e l’estensore di questa nota): già questi dati rendono l'idea dell'impegno scientifico del convegno internazionale di studi storici 1944: una lotta per la libertà e la democrazia. La repubblica partigiana della Carnia e dell'Alto Friuli nel contesto italiano ed europeo. Promosso dall'Università di Udine e dall'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, con il patrocinio della Regione, del Comune di Ampezzo e della Fondazione Crup, il simposio si svolgerà domani (dalle 9.30) in palazzo Antonini a Udine e sabato (dalle 9) nella sala municipale di Ampezzo. Introdurrà le due giornate di studio Luigi Ganapini, dell’ateneo di Bologna, le concluderà Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi.
      Se quanto accaduto in Carnia e Alto Friuli tra estate e autunno 1944 può esser dato per noto in ambito regionale, con qualche dubbio per quanto riguarda i più giovani, poco o niente se ne sa a livello nazionale fuori dalla ristretta cerchia degli specialisti. Più che meritorio, pertanto, l'appassionato impegno di Giovanni Spangaro, allora giovanissima staffetta partigiana – sulla cui esperienza allora si può leggere la recente biografia di Abbondio Bevilacqua –, perché di tale vicenda non andasse perduta la memoria, né ne fosse svilito il significato in un momento in cui la Resistenza è oggetto di discutibili revisioni e si cerca di sminuirne il valore civile, oltre che storico. Grazie alla sua dedizione e alla collaborazione d'un qualificato comitato scientifico, presieduto da Andrea Zannini, dell'ateneo cittadino, è stato possibile realizzare questo convegno – preparato e preceduto dalla mostra fotografico-documentaria Le radici del futuro. La Repubblica partigiana della Carnia e dell'Alto Friuli, inaugurata qualche giorno fa, dal film documentario Carnia '44, firmato da Marco Rossitti, e dal progetto per il turismo storico e ambientale Il territorio e i luoghi -, che vede coinvolti alcuni dei migliori studiosi italiani e regionali, con l'apporto anche di specialisti europei, per cercare di proporre una ricostruzione articolata e approfondita di quest'episodio, sul quale sinora molto s'è scritto – pure sul versante narrativo: basta pensare ai testi, solo per citare i più noti, di Magris e di Sgorlon, dedicati all'occupazione cosacca, di cui tratterà Fabiana Savorgnan di Brazzà –, ma senza mai affrontarlo in maniera così sistematica e comparativa, tenendo conto di affini esperienze europee, in particolare in Jugoslavia a opera delle formazioni partigiane di Tito.
      Dopo quest'inquadramento generale, che fa del caso carnico un risvolto locale e particolare d'un fenomeno che riguarda tutta l'Europa occupata dalle armate tedesche, dalla Francia all'Unione Sovietica, l'analisi s'incentrerà sulla specifica esperienza carnica, non tanto dal punto di vista più propriamente militare, quanto piuttosto come laboratorio di democrazia e d'emancipazione civile e sociale – con il pieno coinvolgimento delle donne e con la partecipazione attiva della popolazione –, che investiva l'educazione, l'economia, l'assetto istituzionale della comunità, precorrendo l'esperienza post-bellica della Costituente e prefigurando quella nuova Italia post-fascista forgiata dalla Costituzione. A ragione, a questo riguardo, l'assessore Molinaro ha sostenuto l'importanza di studiare e far conoscere in particolare agli studenti questo momento eroico della nostra storia per plasmarli al senso civico, oggi largamente deficitario, e alla fierezza dell'appartenenza nazionale.
      Ultima tappa di questo percorso storiografico l'analisi di nuova documentazione – ecclesiastica (i registri e i diari parrocchiali) e letteraria, nonché quella politica degli atti di governo della Repubblica – e delle nuove piste di ricerca grazie all'affinamento della metodologia storica e all'affermarsi di un'indagine non più solo militare ma anche sociologica, antropologica e culturale, che consente di lumeggiare tale episodio in tutte le sue complesse valenze. In un momento di sfascio etico-politico quale il presente ritornare a quell'eccezionale esperienza non può che giovare a tutti.
      (da: Messaggero Veneto, 22 settembre 2011)

      sabato 3 settembre 2011

      Da Rosegg a Schloss Lind, un itinerario tra arte e memoria dei KZ

      Interessante iniziativa segnalata da ricercatori e associazioni culturali austriache per una giornata a Schloss Lind, sabato prossimo, sulle tracce della memoria di quanto pesantemente lasciato dall'orrore dei campi di concentramento e sul contributo che può dare l'arte per comprendere e superare quei drammi.


      Associazione ricordare Rosegg - Rozek se spominja: al 10 settembre 2011


      Invito all’escursione - Einladung zur Exkursion

      Reise zum „Anderen Heimatmuseum“
      viaggio nell’altro museo della „Heimat“:
      da Rosegg a Schloss Lind, presso Neumarkt in Styria.

      Era fino a 1945 uno dei 49 lager esterni di Mauthausen,
      parte del sistema del totale terrore nazista. Ora un intero castello,
      trasformato in un scontro fondamentale con le radici del nazismo

      con gli strumenti dell’arte associativa, unico in Austria (www.schlosslind.at)

       sabato, 10. settembre 2011
      partenza: 
      ore 8 da Rosegg, vicino a Velden am Wörthersee
      ritorno:  ore 19
      punto d’incontro: parcheggio davanti alla Cafeteria „Mitsche“ a Rosegg
      organizzatore:
      associazione Ricordare Rosegg–Verein Erinnern Rosegg -Rožek se spominja    


      informazioni e iscrizione:
      Elisabeth Prettner, tel: 0043 664 73 53 71 61, mail: prettnerelis@gmx.at
      e Horst Ragusch, 0043650 2424555, horst.ragusch@gmail.com






      Programma:

      visita guidata anche in italiano nel castello/ Schloss Lind

              • pausa per pranzo
      • lezione „Der Tote im Bunker“ – il morto nel bunker, dell‘autore Martin Pollack.
      • discussione

      Costo: 15 per il viaggio nel bus, pranzo.
                 Gratuito: entrata e lezione


      venerdì 5 agosto 2011

      Ampio servizio sulla commemorazione di Rattendorf sul sito di Tropolach


      La commemorazione dei partigiani carnici avvenuta domenica scorsa a Rattendorfer Alm, in Austria, è stata ampiamente trattata, con una ricca documentazione fotografica, sul sito di Tropolach, la nota stazione sciistica della valle della Gail (http://www.troepolacher.at/?m=7&page=1&id=7882). Nell'articolo, a cura di Leopold Salcher,  viene riprodotta la targa fatta collocare nella chiesetta della "Scotti-kapelle" da Heinrich Lackner, la foto del "comandante Augusto" e l'omaggio reso dall'Anpi alla targa.


      Rattendorfer Alm: Kirchl-Jubiläum und Käseanschnitt

      von Leopold Salcher am 31.07.2011 geschrieben.

      © www.troepolacher.at
      Auf allen 14 Gailtaler Almen gab es heute, Sonntag, den Käseanschnitt 2011. Auf der Rattendorfer Alm wurde zudem der Almkirchtag und das Jubiläum 30 Jahre Almkirchlein gefeiert.
      © www.troepolacher.at
      Ökumen. Gottesdienst und Festansprache beim Almkirchl

      Gedenken
      Zahlreiche Besucher ließen sich diese traditionelle Veranstaltung nicht entgehen. Begonnen wurde beim Almkirchl, wo Nachbarschaftsobmann  Albert Zanklüberraschend viele Einheimische und Gäste willkommen heißen konnte. Jugendseelsorger Pfr. Simonitti und evang. Pfr Matiasik zelebrierten einen ökumenischen Gottesdienst, den die „Essl-Buabn“ aus Jenig blasmusikalisch begleiteten. ÖR Hermann Lackner erinnerte an die Ereignisse des 1. Weltkrieges und an den Bau des Almkirchleins durch die Frontsoldaten. Nach dem Krieg begann – so Lackner - der Verfall der „Scotti-Kapelle“, weil es letztlich keinen Verantwortlichen gab. Die Rattendorfer entschlossen sich vor drei Jahrzehnten, ein den Erstplänen entsprechendes neues Kirchlein zu errichten und auch zu finanzieren. Nun wurde das 30Jahr-Jubiläum gefeiert. Zugleich wurde an die Ereignisse im Juli 1944 und an zwei italienische Partisanenkommandanten erinnert, die in den Wirren des zu Ende gehenden 2. Weltkrieges Menschlichkeit bewiesen und das von ihnen gefangengenommene Almpersonal unversehrt wieder freigelassen haben. Denn wenige Tage zuvor  hatte ein SS-Kommando zwei italienische Hirten erschossen. Näheres dazu erläuterten anwesende Vertreter einer italienischen Historikergruppe.

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      Musikalische Umrahmung des Gottesdienstes durch die "Essl-Buabm" aus Jenig.
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      Heinrich Lackner ließ 2009 diese Gedenktafel im Inneren des Kirchl anbringen. Die Inschrift ist Erklärung genug.
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      Das war Partisanenkommandant Carlo Belina (Deckname "Augusto"). 
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      Innehalten und Gedenken an zwei mittlerweile verstorbene ital. Partisanenkommandanten durch Mitglieder der ital. Historiker - links Hermann Lackner




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      Richtige Almkirchtags-Stimmung kam dann in und vor der Sennhütte der Rattendorfer Alm auf. Zünftige Musikklänge, mundige Almspezialitäten und bodenständige Durstlöscher – für jeden wurde etwas geboten.
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      Schließlich hatte auch das Warten auf den „heurigen“ Käse ein Ende. Die Sennerfamilie Wurmitsch, Almobmann Gerfried Dutter, Nachbarschaftsobmann Albert Zankl und der Doyen des Gailtaler Almkäses, ÖR Hermann Lackner, schnitten offiziell den Rattendorfer Almkäse an. Er schmeckt übrigens köstlich, ist ….. was soll´s der Worte – probieren Sie ihn doch selber. Freuen Sie sich auf den“ Gailtaler“ Käsejahrgang 2011.

      domenica 31 luglio 2011

      I partigiani carnici ricordati a Rattendorf, in Austria

      Un momento della commemorazione

      Non è certamente una cosa comune, ma in una chiesetta austriaca è collocata una targa a ricordo dei partigiani italiani. Accade nella “Scotti – chapelle”, una chiesetta a breve distanza dalla malga di Rattendorfer Alm, nella zona di Hermagor, a pochi chilometri dal confine italiano.
      A far collocare la targa è stato Heinrich Lackner, che – ragazzo -  si trovava in malga nel luglio 1944, quando vide transitare i componenti di bande nazifasciste, che si  erano travestiti da partigiani, e li vide ritornare dopo aver ucciso dei pastori sul versante italiano, a malga Lanza. Un paio di giorno dopo, Lackner vide arrivare i partigiani italiani sulle tracce della controbanda, li vide assaltare e incendiare il posto doganale, radunare i pastori presenti in malga e mandarli verso il confine italiano… C’era in tutti la paura che i partigiani volessero vendicarsi … invece il comandante del gruppo ha portato gli austriaci a vedere le vittime della controbanda e poi, dicendo loro “Noi non ci comportiamo come i nazisti”, li ha lasciati liberi di ritornare indietro. 
      La Malga di Rattendorfer Alm
      Heinrich Lackner ha conservato per anni il ricordo di quell’episodio e aveva espresso il desiderio di incontrare quel comandante partigiano. Le ricerche storiche di Pieri Stefanutti e Dino Ariis hanno consentito poi di individuare nel distaccamento garibaldino “Gramsci” la formazione interessata e a identificare, con ogni probabilità, nel “comandante Augusto”  (Carlo Bellina) il partigiano. Così Lackner, due anni fa, ha fatto collocare nella chiesetta di Rattendorf una targa a ricordo del Comandante Augusto (deceduto da diversi anni) e dei suoi compagni.
      L'omaggio dell'Anpi alla targa partigiana

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