Album di guerra

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I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona
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domenica 22 dicembre 2019

Cosacchi in Friuli, in tempi e modalità diverse

Da tempo si discute sulle cause e sulle caratteristiche della occupazione cosacca del 1944-45 in tanti paesi della Carnia e dell’Alto Friuli: sono usciti libri, memoriali, documentari, rielaborazioni letterarie.
Relativamente alla nostra zona, c’è un intero libro di Pieri Stefanutti (Novocercassk e dintorni. L’occupazione cosacca della Valle del Lago 1944-45, Ifsml 1995) dedicato al problema dell’insediamento cosacco nella Seconda guerra mondiale, con l’approfondimento su quanto accaduto nell’area precisa e delimitata dei Comuni friulani di Bordano, Cavazzo Carnico e Trasaghis.
Ai cosacchi viene dedicato anche l’ultimo lavoro di Pieri Stefanutti,Cosacchi in Friuli, ieri e oggi, che esce con le edizioni EBS sia in formato cartaceo sia come ebook, raccogliendo alcuni contributi usciti in momenti e pubblicazioni diverse, finalizzati tutti a cercare di far conoscere il fenomeno dell’insediamento cosacco in Friuli anche al di fuori dei confini regionali.
Nella prima parte viene ricordato l’insediamento cosacco avvenuto in Friuli durante la Seconda guerra mondiale, con una particolare attenzione a quanto successo nei Comuni della Valle del Lago.
Nella seconda parte si cerca di “fare il punto” su un nuovo, recente fenomeno, quello cioè del “ritorno” in Friuli di persone singole e di gruppi cosacchi interessati a ricostruire vicende personali o comunque ad avere una conoscenza diretta dei luoghi che videro verificarsi, nel 1944-45 l’insediamento cosacco, fornendo anche un aggiornamento bibliografico.
Il libro verrà presentato venerdì 27 dicembre, alle 20.30, nel Centro Servizi di Alesso, in una serata patrocinata dalla Amministrazione comunale di Trasaghis (sono state infatti numerose le iniziative promosse dal Comune, soprattutto durante il mandato del Sindaco Augusto Picco, per favorire gli scambi culturali con i “cosacchi che tornano”).

Nella serata, dopo l’intervento di saluto del Sindaco Stefania Pisu, ci saranno le relazioni di Pieri Stefanutti L’occupazione cosacca in Friuli, tra storia e memoria (a sintetizzare il contenuto del libro) e di Franceschino Barazzutti su I cosacchi nella storia e nella attualità della Russia, (che si soffermerà sulla complessa situazione attuale dei cosacchi in Russia, tra rivendicazioni e richieste di riconoscimento della specificità). 
(dal Blog "Alesso e dintorni")

martedì 3 dicembre 2019

Addio a "Checo", un altro protagonsta della Resistenza carnica



Anche Giancarlo Franceschinis, "Checo" nella Resistenza carnica, se ne è andato.





Per conoscere la sua storia ed il suo impegno, si possono vedere le   videointerviste raccolte da Dino Ariis e inserite nel video "Carnia libera 1944. La repubblica di Ampezzo!"(vedi  http://www.nn-media.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=2&Itemid=103 ) o le pagine sul sito "Carnia Libera 1944" (https://www.carnialibera1944.it/partigiani/nonsoloiltricolore.htm). 


Ecco il profilo che ne ha tracciato il "Messaggero Veneto":

Addio al comandante Checo: è morto il partigiano Giancarlo Franceschinis


Aveva 94 anni. Nato a San Daniele fu commissario politico 
del battaglione Leone della brigata Garibaldi Carnia 

Liberato dopo un lungo interrogatorio, si convinse a darsi alla macchia in Carnia, dove ritrovò il suo “maestro” Cristofoli. Entrò nel Distaccamento della Brigata Garibaldi Carnia, diventandone in breve tempo commissario. Rischiò più volte la vita partecipando ad azioni contro i nazifascisti, dimostrando tutto il suo coraggio e l’abilità con le armi. Celebre, a tal proposito, fu il combattimento del luglio 1944 a Sappada, che portò alla conquista della caserma della Feldgerdarmerie. Un’azione partigiana che diede una spinta decisiva al morale della Resistenza, durante la quale, però, il comandante “Checo” dovette patire la perdita dell’amico Cristofoli, “Aso”.

«Amato compagno Aso, fratello più che amico e compagno di lotte, compagno di tante azioni dei primi tempi della resistenza che noi soli sappiamo, che ricordavamo noi soli ridendo, te ne sei andato troppo presto lasciandoci senza guida. Che faremo ora senza di Te?». Questo un passaggio del diario di Franceschinis dedicato proprio alla morte di Cristofoli. Sono i mesi della Libera Repubblica Partigiana della Carnia, che videro “Checo” tra i protagonisti di quell’esempio di democrazia sotto il giogo nazista.

Anche il presidente dell’Anpi di Milano, Roberto Cenati, ricorda la figura di Franceschinis: «Parlava spesso la nascita della Repubblica democratica di Ampezzo, nella Carnia occupata dai nazifascisti. Fu un miracolo che durò poche settimane, ma che bastarono a lasciare dei precedenti dai quali, la futura Costituzione Italiana, non poté prescindere: l’abolizione della pena di morte, il riconoscimento di pari opportunità alle donne che, considerate anch’esse capi famiglia, avevano il diritto al voto. La libertà – conclude – non ci è stata regalata, ma è stata conquistata per tutti noi da donne e da uomini che, come Franceschinis, non rimasero indifferenti, ma che fecero una scelta ben precisa: quella di combattere contro le nefandezze del nazifascismo».

Dopo la guerra Franceschinis, come accennato, si trasferì a Milano aprendo uno studio legale, esercitando fino alla pensione la professione di avvocato. «Rinnovo il dolore e il cordoglio dell’Anpi Udine – dice ancora Spanghero – per la scomparsa di un personaggio come Franceschinis, che ha contribuito a far sì che l’esperienza della Repubblica Libera della Carnia diventasse realtà». Spanghero difficilmente parteciperà ai funerali del comandante “Checo” a Milano, ma annuncia un evento per ricordare la sua figura in Carnia, ad Ampezzo, dove fu tra gli artefici della Resistenza friulana.
Alessandro Cesare
(Messaggero Veneto, 3 dicembre 2019)

martedì 25 aprile 2017

Un 25 aprile senza "Tredis"

Pieri Brollo, il partigiano “Tredis”, ci ha lasciati pochi giorni fa.  Non lo vedremo più, col suo inconfondibile berretto dalla stella rossa, prendere parte alle cerimonie, sempre pronto a raccontare e a spiegare il senso delle sue scelte, la coerenza della sua testimonianza di lotta, in 90 anni spesi seguendo "una fiamma di un sol color".

Raccontare la sua vita attraverso le sue parole, raccolte in occasioni diverse, può forse avere un senso particolare, in questo 25 aprile.




La scelta di aderire alla Resistenza

L’episodio che mi ha spinto ad entrare nella Resistenza è stato questo: una sera stavo rientrando a casa e, senza farmi notare dai genitori, appresi dalla loro conversazione che l'impiegato dell'ufficio anagrafe di Gemona li aveva informati che i fascisti avevano richiesto in Comune l'elenco dei giovani nati nelle annate 1924, 1925-1926 per arruolarsi nelle loro file. Fra questi giovani c'ero anch'io: Pietro Brollo, nato il primo settembre 1926, figlio di Lucia Rossi e Giacomo Brollo. Mio padre ha reagito  stizzito con un deciso “No”, anche perché egli aveva già fatto il suo dovere militare sul Piave contro gli austriaci, a nemmeno vent'anni.

Primi contatti con i partigiani

Il primo contatto con i partigiani l’ho avuto un giorno uscendo dal lavoro nella polveriera di Osoppo, quando fui contattato da Giuseppe Zuliani (poi comandante partigiano ALPI del battaglione Matteotti) che chiese a me e ai miei compagni se avevamo portato fuori qualcosa dalla polveriera come polvere  da sparo, tritolo, bombe a mano, che lui avrebbe portato agli amici delle squadra di azione partigiana a Trasaghis. Alpi, con questi amici, cominciò ad operare con le SAP  prima ancora che dal cividalese giungessero  Mario Lizzero ANDREA e Luigi Grion FURORE.


Sulle montagne di Avasinis

Così mi aggregai anch'io per andare in Planecis sopra Avasinis e qui ho ritrovato i miei compaesani di Campolessi , provenienti tutti dal “Borc da Fan”. Alpi, il caposquadra, prima di darmi il nome di battaglia mi disse: - dal tuo borgo sono già arrivati i 12 giovani e tu potresti chiamarti TREDIS.
Accettai e ne fui felice e onorato.
I miei paesani avevano avuto fratelli morti sui fronti jugoslavo, greco, albanese e russo. E con noi c'erano anche dei sovietici, dei francesi e qualche polacco. 3-4 giorni dopo mi diedero in dotazione il mitra.
In Planecis capitò anche di subire una forma di avvelenamento dovuta al verderame prodotto dal recipiente usato per fare la polenta: ce la cavammo con dei forti mal di ventre. E, a me il medico sovietico decise di fare un piccolo intervento chirurgico: lo eseguì in una piccola stanza di una baita. Prelevò da una tasca il suo bisturi anche se non so come faccio a disinfettare me e il suo arnese senza punti di sutura… ne seguì comunque la guarigione, con una piccola cicatrice sulla guancia sinistra. Ho pianto e il medico che non parlava bene l'italiano mi consolò dicendo: “ ah bambino, non avere paura, io non ti faccio freccia, non ti lascio il segno. …".

Azioni partigiane

Ogni sera andavo fuori in azione, sempre in testa, perché conoscevo i luoghi e i sentieri; mi portavano sulla strada Pontebbana dove partecipai alla grande azione dell' attacco contro i cosacchi alloggiati nella scuola di Campagnola .
Nell'azione contro i cosacchi di Campagnola, siamo arrivati con Gjno Lacje, che abitava vicino e ci ha insegnato una stradina  per evitare le pattuglie. Io tiravo due - tre colpi alla volta, ma a colpo sicuro, osservando le ombre  che si vedevano muovere all'interno della scuola. Siamo stati circa 35 minuti, ma uno o l'altro della squadra, c'era sempre qualcuno che tirava!
Con la mia squadra mi ero posizionato nel cortile di Teresa Di Vora, mentre di fronte stava la squadra la squadra di "Eros" e la squadra di "Furore" con i sovietici veniva da Trasaghis. Nello scontro "Eros" cadde ferito.
Andavamo anche lungo la linea ferroviaria che attraversa Gemona: di fronte circa l'attuale ristorante da Willy c'era un corpo di guardia tedesco in un casello ferroviario. E, qui, io e altri siamo riuscit1 a fare deragliare un treno davanti al naso dei Tedeschi!
Ho montato la guardia sulla rampa di Gemona, assieme ad altri e ad altri due friulani al ponte sul Tagliamento di Braulins quando sei partigiani sovietici hanno fatto saltare un pilone e due arcate; tra questi c'erano Silos commissario, Daniel comandante del battaglione Stalin, il MIEDI e anche uno, Nikolaj, che poi ha tradito ed è tornato con i cosacchi.


Da Trasaghis a Gemona

Guadato il fiume Tagliamento all'altezza di Braulins e proseguendo in direzione di Campagnola, siamo usciti sulla strada all'altezza della casa cantoniera, di fronte a via S.Pietro. Presso la scuola "Nibbio" scivolò in un canale. Fu tratto fuori tutto inzuppato d'acqua. Poi abbiamo proseguito verso est dove abbiamo costituito la brigata "Anita Garibaldi".


Scontri con i cosacchi

Facevamo spesso delle azioni improvvise contro i cosacchi, lanciando delle bombe a percussione, che scoppiavano quando arrivavano a terra. Loro non si accorgevano di niente, solo a scoppio avvenuto (e cominciavano a spararci dietro, ma troppo tardi).

Un giorno io, Tigre e altri due di Magnano, passato l'Orvenco, ci siamo imbattuti in un carro cosacco; abbiamo fatto fuoco e loro sono andati a sbattere coi cavalli  presso il Crist al lato della strada. Noi abbiamo attraversato l'Orvenco  verso Mont Taronde e siamo entrati nel cortile di Guido Vidoni. Subito ci siamo sentiti dietro le raffiche del parabellum dei cosacchi a cavallo, ma eravamo già fuggiti.

All'incrocio della Casote, quelli di Bueriis levavano la torba. Arriva un cosacco, finge di arrendersi, ma poi scappa. Gli spariamo, prima ferendolo a un piede, poi colpendolo in testa. L'indomani, però, eravamo saliti al casale dei Moro, vicino al cimitero di Magnano. Eravamo un bel gruppo, la gente ci ha preparato un pasto addirittura col pane bianco. Mentre stavamo per mangiare, sono arrivati i cosacchi. Abbiamo cercato di difenderci sparando, ma eravamo quasi accerchiati. Ci sparavano mentre noi cercavamo di nasconderci tra le canne de granoturco, che venivano spazzate via dalle pallottole della mitragliatrice. Abbiamo avuto un solo ferito, un partigiano di Buia, Ridolini. Però abbiamo dovuto rompere l'accerchiamento, lì da cjase dal çamp, sparando.


Alla Liberazione, col Btg. Carbonari

Nel Carbonari c'erano tre distaccamenti: uno a Carnia, due a Gemona (uno in Godo e l'altro in centro, con base nella Farmacia).
Il capo era Alpi, Giuseppe Zuliani, nato "tal borc da fan", a Campolessi. Schettino (Warren) era una specie di economo, c'era anche suo cognato Luigi  Bertossi del '23.
Eravamo andati nella casa dell'impresario Goi. E’ stato qui che abbiamo avuto i primi contatti con gli alleati: ci si incontrava la sera, nascostamente. C’era un piccolo ufficiale, che ho fatto incontrare con Alpi. Venivamo di notte dalla parte dello scalo…
Nei giorni della Liberazione, c'era sotto il Municipio uno dei fratelli Guerra che, con una machine-pistole e due caricatori, esortava la gente ad andare verso Montenars e a fuggire da quelli della "glacere". Io e altri due Brollo "Gaspar", Francesco e Luigi, ci eravamo messi a controllare gli ultimi tedeschi. Ho recuperato anche un ferito, in un ruscello.

Il Btg. Carbonari a Gemona nei giorni della Liberazione. Tredis è in prima fila, il quarto da sinistra 




Certificato numero 12 1872 rilasciato al patriota Brollo Pietro

Nel nome dei governi dei popoli delle Nazioni Unite ringraziamo Brollo Pietro di aver combattuto il nemico sui campi di battaglia militando nei ranghi dei patrioti tra quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della Libertà, svolgendo operazioni offensive, compiendo atti di sabotaggio, fornendo informazioni militari.

Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla liberazione dell'Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi.

Nell'Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l'onore e la libertà.
Firmato:  Alexander
(maresciallo comandante supremo alleato delle forze nel Mediterraneo centrale)




(Dichiarazioni raccolte, a più riprese,  da Pietro Bellina, Lorenzo Londero e Pieri Stefanutti. V. anche il video “Resistenza tra Arzino, Lago e Tagliamento”  promosso dall’Auser con riprese di Giacinto Jussa.) 


giovedì 30 luglio 2015

Stazione di Carnia, una targa per ricordare la solidarietà verso i deportati

La comunità di Venzone, in occasione del 70° anniversario della Liberazione, nell'intento di ricordare ed onorare le“Donne coraggiose” che negli anni 1943-44 hanno assolto un compito altamente umano e pericoloso, quello di informare del transito per Carnia i parenti dei deportati provenienti dalla Sicilia al Friuli ed offrire agli stessi, quando possibile, alimenti attinti da poveri deschi e gli “Angeli della Pontebbana”, i ferrovieri che ricorrendo a numerosi stratagemmi, operando in sinergia con il personale viaggiante, diedero la libertà a centinaia di deportati italiani, inglesi e statunitensi, si è ritrovata domenica 26 luglio davanti alla Stazione di Carnia per lo scoprimento di una targa dedicata a quelle lontane vicende .
Il sindaco Fabio Di Bernardo ha sottolineato che "L’Amministrazione Comunale assieme a tutti i Venzonesi vuole rendere omaggio a queste straordinarie persone che molto spesso mettendo a repentaglio la propria vita, mossi dallo spirito di sacrificio, solidarietà e umana dedizione sono riusciti a dare la libertà a numerose vite umane. Questi valori necessariamente vanno trasmessi alle nuove generazioni". 
E' seguito l'intervento del prof. Luciano Simonitto, ove - dopo la ricostruzione del contesto storico- particolare menzione è stata data al sotto-capostazione Angelo Bardelli, sorpreso dai soldati tedeschi mentre informava telegraficamente i suoi colleghi di Tolmezzo e Villa Santina della partenza dei treni blindati diretti verso la Libera Repubblica della Carnia appena costituitasi, una persona che pagò con la deportazione verso il campo di concentramento di Auschwitz (dove i compagni di prigionia, saputo del suo impegno, gli dedicarono una raffigurazione grafica). Da Auschwitz Bardelli  riuscì a fare ritorno dai suoi cari (allo scoprimento della targa erano presenti le figlie).
Presenti alla cerimonia, con i labari, le sezioni ANPI di Gemona-Venzone e della Carnia.



martedì 9 dicembre 2014

Da Porzus a Ledis al Plauris. Le tappe friulane della guerra di MacPherson

Thomas MacPherson (1920-2014) fu, durante l'ultima guerra,  a capo di una delle più importanti missioni alleate in Friuli che operò nella zona di Porzs per spostarsi poi nel Gemonese (con basi in Ledis e sul Plauris). Il suo paziente lavoro "dietro le linee nemiche"  è stato riscoperto  e oggetto di indagine negli ultimi anni, dalle ricerche di Tommaso Piffer che ha reso noto il contenuto di svariate sue lettere e relazioni conservate negli archivi inglesi,  al materiale documentario pubblicato nel recente "Venzone in guerra",  ai contatti mantenuti con MacPherson da Pietro Bellina con l'auspicio di poter arrivare a un'edizione italiana del libro di memorie "Behind enemy lines"  pubblicato da MacPherson, con Richard Bath, nel 2010.
Ora che MacPherson se ne è andato all'inizio di novembre, c'è da augurarsi che tanti filoni di indagine storiografica avviati non vadano dispersi e vengano anzi portati avanti per riuscire a definire con maggiore precisione tanti aspetti della Resistenza friulana e del ruolo delle Missioni Alleate.
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Il Messaggero Veneto del  9 dicembre ha dedicato un ampio articolo alla scomparsa di MacPherson.


Addio a Thomas Macpherson, lo scozzese che liberò Gemona

La città piange il leggendario ufficiale mandato dagli Alleati a preparare l’insurrezione contro i nazisti. Convinse gli jugoslavi a ritirarsi. Tito anni dopo gli confidò: abbiamo provato a ucciderla tante volte
GEMONA. «Il 3 maggio 1945 una folla festante circonda le autoblinde inglesi appena entrate in paese. Arrampicate sulla torretta di un mezzo si scorgono due uomini discutere decisamente, uno porta il battledress ed il glengarry dei Cameron Highlanders, l’altro la titovka. Il maggiore Thomas Macpherson, scozzese 24 anni, sta trattando con un ufficiale dell’esercito di Liberazione jugoslavo, lo sta convincendo a ritirare la sua avanguardia: la zona è già nelle mani delle truppe britanniche».
Inizia così il racconto di Andrea D’Aronco, laureato in scienze storiche, in ricordo di Sir Ronald Thomas Stewart Macpherson scomparso che se n’è andato lo scorso 6 novembre.
«Una figura saldamente legata alla liberazione del Friuli e ai successivi primi turbolenti mesi di libertà», spiega il ricercatore. La notizia della morte dell’ufficiale britannico non è passata inosservata all’attento storico gemonese: «Chiunque si occupi di questo periodo - prosegue D’Aronco - conosce il personaggio, ma sono in pochi ancora in vita fra quelli che l’hanno conosciuto personalmente: fra questi Ezio Bruno Londero, ex sindaco Dc, che ha lasciato le sue memorie su un libello di qualche anno fa».
MacPherson dopo la fuga da un campo di prigionia in Germania dove era rinchiuso, venne rimandato in Italia nello “Special Operation Executive”, un’istituzione creata segretamente dal Ministero della Guerra economica per interessamento Winston Churchill: con il compito di “dare fuoco all’Europa”.
«Con l’avvicinarsi dell’offensiva alleata sul Po, anche in Friuli era giunto il momento di preparare l’insurrezione, considerando anche l’importanza strategica della statale Pontebbana quale via di ritirata per le truppe tedesche», continua lo storico. Macpherson, stabilitosi a Gemona al Battaglione “Prealpi”, al comando di Pietro Londero “Sardo”, predispose un piano di progressivo controllo del terreno nella zona di Gemona-Artegna e Malborghetto, in modo da bloccare le truppe tedesche che si sarebbero ritirate in massa dall’Italia Nord-Orientale.
Per dare man forte ai partigiani, MacPherson chiese al comando alleato di organizzare un lancio di paracadutisti su Gemona per il 28-29 aprile, ricevendo in risposta un diplomatico “Forse”, tramutatosi poi in un “No” il 2 maggio, con gli Inglesi alle porte di Ospedaletto.
«Testimone della viva acredine fra i comandi di Osoppo e Garibaldi, dell’ingerenza dei partigiani jugoslavi e primo a riferire agli alleati gli eventi di Porzus, il maggiore scozzese - prosegue D’Aronco - si rivelò essere una figura chiave nei problemi del confine orientale: la sua missione, invece di essere sciolta, venne mantenuta in seno alle forze del Governo Militare Alleato con compiti organizzativi (smobilitazione dei reparti partigiani, raccolta delle armi) e consultivi (controllo del confine, rapporti con gli jugoslavi ed ex-comandanti partigiani)». Alcuni anni dopo venne chiamato dal Maresciallo Tito sull’Isola di Brioni, così gli si rivolse: «Ah, Macpherson! Ho aspettato molto questo incontro. Abbiamo provato così tanto ad ucciderla».

martedì 22 aprile 2014

Verso il 25 aprile friulano

La nestre primevere di sanc e di libertât

di Giannino Angeli 

Rivade la primevere dal 1945, o pensavin che par chê ore dut al fos finît di bielzà un an. Invezite, propit in chê volte, al Friûl i tocjà lotâ e paiâ un debit che la sô int no veve fat. E je stade dure contâ i muarts tai dîs che mieç mont al faseve fieste parcè che la pâs e jere tornade cun tant di bandieris sui barcons e concierts di cjampanis. La pâs e rivà ancje par nô daspò vê sopuartât un’altre passade di sassinaments. E fo cun nô ai prins di Mai. No nus pareve vêr podê lâ pes stradis di dì e di gnot e fermâsi a tabaiâ cence nissune pôre. O jerin tornâts a vivi dopo agnorums di baticûr che a segnarin la agunie de libertât e de democrazie. Cun nô, tes placis e pai borcs, i zovins dai façolets ros e verts de Garibaldi e de Osôf. Fieste par ducj. O cognosserin in chê volte la muse vere di chê schirie che ve il coragjo di frontâ i todescs e di resisti ae lôr prepotence (ancje dal disevot i fantats di Buie a faserin bati la lune ai austro-ungjarês). Par no dismenteâ chei moments, ogni an a Udin e in dute Italie, ai 25 di Avrîl, si fermisi un moment a pensâ a chei timps. Ognun al à il so fat di memoreâ, tal ben o tal mal. Ducj o sbassìn il cjaf in onôr dai muarts e di chei che, furtunâts lôr, le àn puartade fûr. La int e scombatè par vinci dongje dai siei fruts che a lerin in montagne, cambiant non par no fâsi cognossi. E ancje lì o cjatìn la olme furlane: «pai nestris fogolârs» a vevin scrit sui façolets. E podopo i nons pustiçs che a san di furlan fin te medole e di gjarnazie fuarte: Amôr, Balute, Barbe Livio, Barbe Toni, Bepo Stangje, Cunine, Felet, Furlan, Ganasse, Gjal, Jacum, Mufe, Pue, Vigji Curtìs, Saete, Saltel, Sclâf, Scroc, Tapon, Zuet, Vecjo. E cuissà trops che si puedin cjatâ sgarfant sui libris che a fevelin dai nestris partigjans... Ricuardìnju ducj, fasint presint che no je la stesse robe murî in combatiment opûr picjâts, di fan tai cjamps di concentrament o ben tes cjamaris a gas, sot torture o a tradiment par vie di une spie nostrane, par no dî di chei che a son stâts butâts vîfs intune buse. Cundut chel, o pensìn che ogni muart al merti il so requiem e il so perdon.


venerdì 20 settembre 2013

"Gemona intitoli una via a don Pancheri". L'APO rilancia la proposta

L'Associazione Partigiani Osoppo rilancia la proposta di dedicare una via di Gemona a don Alberto Pancheri, il sacerdote degli Stimmatini che fu uno dei più attivi promotori della Resistenza gemonese.

                        

L’Apo: dedichiamo una via a don Alberto Pancheri

GEMONA L’Associazione partigiani Osoppo ha inviato in questi giorni al sindaco di Gemona, Paolo Urbani, la richiesta ufficiale di intitolare una via o una piazza della cittadina a don Alberto Pancheri, detto “Ettore”. Don Pancheri fu un eroico sacerdote della comunità degli Stimmatini che negli anni fra il 1943 e il 1945 organizzò e diresse la rete clandestina della Resistenza osovana nel Gemonese. Nel dettaglio, don Pancheri fu uno dei primi comandanti del reparto Ledra dove operò con la collaborazione dell’Azione Cattolica rappresentata allora in particolare nella cittadina pedemontana da Gioacchino Marini e Antonio Mattiussi. Della figura di Pancheri si era parlato anche nel corso di una conferenza organizzata a Gemona la scorsa estate proprio dall’Apo con la partecipazione dello storico Pieri Stefanutti di Trasaghis e di Lodovico Copetti dell’Anpi cittadino che, nel suo intervento, si era soffermato proprio sul celebre sacerdote gemonese. Già in quell’occasione, era emersa l’idea di intitolare una via o piazza del paese a don Alberto Pancheri e ora l’Associazione partigiani Osoppo ha presentato una richiesta ufficiale in tal senso all’amministrazione civica guidata dal sindaco Urbani. (p.c.)


La proposta era già stata avanzata, ancora nel 2005, dall'allora consigliere  comunale Gian Francesco Gubiani.

«Una via per don Pancheri»

GEMONA. Ricordare don Alberto Pancheri, con una lapide o dedicandogli una via: è questa la richiesta che il consigliere comunale di Glemone Vive Gianfrancesco Gubiani, con un’interpellanza per la quale aspetta risposta scritta, ha presentato nei giorni scorsi al sindaco Gabriele Marini, proponendo che l’iniziativa coincida con il 60° anniversario della Liberazione, il 25 aprile. Gubiani spiega nel documento chi fosse e di conseguenza perché il sacerdote meriti di essere ricordato dai gemonesi, sottolineando che forse lo stesso genitore del sindaco, noto partigiano gemonese, era stato coinvolto da questo personaggio: don Pancheri, infatti, per lungo tempo missionario in Cina, al rientro era stato nominato direttore del Collegio degli Stimmatini di Gemona; questo incarico, aggiunto alle conoscenze relative all’organizzazione e alla tattica di difesa apprese all’Est, gli aveva consentito di assumere un ruolo determinante nel movimento di Resistenza gemonese.
Il Padre Stimmatino non solo ha garantito protezione ai tanti giovani aderenti all’Azione Cattolica che non volevano assolvere l’obbligo della leva, ma in prima persona ha provveduto al reclutamento di questi e altri giovani nelle file partigiane della Divisione "Osoppo"; lo stesso don Alberto, ricorda Gubiani, costituì ben due battaglioni - il "Prealpi" ed il "Ledra" - di uno dei quali fu anche il comandante.
«Tra le diverse strategie adottate dal sacerdote - sottolinea in una nota il consigliere - rimase famosa l’installazione di una radio, all’interno di una statua della Madonna collocata nel giardino interno del collegio, per comunicare con gli alleati e in particolar modo con il maggiore scozzese Mc Pherson, che gli alleati avevano inviato sulle montagne di Gemona già all’indomani dell’8 settembre 1943». Il consigliere di minoranza suggerisce infine di favorire, anche attraverso l’istituzione di una borsa di studio, l’approfondimento, la valorizzazione e la pubblicazione degli studi sull’operato di don Pancheri, figura di cui molti gemonesi si sono dimenticati o, come nel caso delle generazioni più giovani, non hanno addirittura mai sentito parlare.
Natalina De Pascale



lunedì 13 maggio 2013

Ricordate ad Avasinis le 51 vittime dell'eccidio del 1945


Avasinis 2 maggio 2013: l’omaggio alle vittime dell’eccidio del 1945



A 68 anni di distanza, si è rinnovata la commemorazione delle vittime dell’eccidio nazifascista di Avasinis, avvenuto sul finire della guerra, il 2 maggio 1945.
In una chiesa parrocchiale gremita, padre Giuliano Melotti ha celebrato la santa messa, soffermandosi, nell’omelia, sul significato evangelico del perdono.
Dopo la Santa Messa, sono state deposte tre corone d’alloro al monumento-sacrario che ricorda le vittime, un'area oggetto di una recente ristrutturazione e sistemazione.
Il sindaco di Trasaghis, Augusto Picco, esprimendo un vivo ringraziamento agli intervenuti, ha sottolineato come la numerosa partecipazione rappresenti la ideale prosecuzione di una scelta presa dalla popolazione nell’immediato dopoguerra e poi costantemente premiata dalla partecipazione commossa da parte dei familiari delle vittime e della gente. E' seguito il commosso intervento della signora Adriana Geretto, presidente provinciale dell’Associazione Vittime Civili della Guerra, che si è soffermata sulle sofferenze della popolazione e sull'impegno per la costruzione di un futuro di pace, senza guerre.
Il prof. Andrea Zannini, docente di storia all'Università di Udine e membro del direttivo dell'Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, nell'orazione ufficiale, è partito da una ricostruzione storica di quelle lontane vicende, inquadrando i fatti di Avasinis nel più generale quadro repressivo instaurato dal nazifascismo. Ha quindi sottolineato le circostanze dell'episodio ed il vasto dibattito che, da anni, è avviato sulle caratteristiche della Lotta di Liberazione, invitando comunque a una analisi attenta per non arrivare a pericolose generalizzazioni, in modo da distinguere tra “causa” e “conseguenza”. Zannini è passato a trattare poi una profonda riflessione, dalla "rilettura" delle contrapposizioni del periodo della guerra, con il significativo esempio dato dalla costituzione della Repubblica Libera di Carnia e sul senso dell’impegno nella società contemporanea, anche attraverso una ferma difesa dei valori espressi dalla Costituzione.
Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, numerosi Sindaci e amministratori dei comuni vicini, i rappresentanti dell’ANPI Provinciale guidati dal vicepresidente Rapotez, la quinta elementare e la prima media in rappresentanza delle scuole del comune (gli alunni hanno anche dato lettura dell'elenco dei nomi delle vittime), gli Alpini dei Gruppi di Avasinis, Alesso e Peonis, diversi assessori e consiglieri comunali di Trasaghis, e tanti cittadini di Avasinis e dei paesi vicini.

lunedì 22 aprile 2013

Il 25 aprile a Gemona: una tesi universitaria e un Canzoniere popolare


Quest’anno a Gemona la festa della Liberazione verrà celebrata in modo originale. Alle manifestazioni ufficiali, previste nella mattinata del 25 aprile, si aggiungeranno altri due eventi che faranno riflettere su un momento fondamentale per la storia del nostro Paese. Sono promossi dal Comune, l’ANPI, l’APO e l’Ecomuseo delle acque.
Alle 17 a Palazzo Boton verrà presentata la tesi di laurea magistrale della gemonese Silvia Madotto “Le capitali della Resistenza universitaria. Padova, Oslo e Praga”, discussa all’Università di Padova e insignita nel 2012 del Premio nazionale Giacomo Matteotti. La ricerca ricostruisce efficacemente la vita dei tre atenei europei nel contesto della Resistenza ma anche l’ambiente da cui l’antifascismo e l’opposizione al nazismo sono nati. Nell’occasione l’Amministrazione comunale conferirà a Silvia Madotto un riconoscimento per il contribuito innovativo garantito ad un percorso di ricerca che ha visto protagonista una giovane gemonese.
Alle 20.30 nell’ex Chiesa di San Michele, il Canzoniere popolare della Brianza terrà il concerto “Cosa importa se ci chiaman banditi”, dedicato ai canti della Resistenza italiana al fascismo. Si tratta di una formazione che a partire dagli anni settanta è andata sviluppando un’attenzione particolare per il canto tramandato oralmente in Lombardia e nelle altre regioni del nord Italia, attraverso un lavoro di raccolta e di studio del cosiddetto patrimonio immateriale. Verrà presentata un’antologia di brani, ispirati ai valori di libertà, giustizia e pace, che mostrano il formarsi di un repertorio politico avvenuto attraverso il recupero di materiale melodico della tradizione popolare o militare su cui si sono innestati testi rinnovati o nuovi, anche di creazione colta.

Nelle foto: Silvia Madotto e Canzoniere popolare della Brianza

lunedì 1 aprile 2013

Il partigiano Brik


Anche "Brik", Bruno Costantini di Trasaghis (1923-2013), se ne è andato. La sua è stata una delle figure maggiormente significative del movimento partigiano nella Valle del Lago; egli  era rimasto uno degli ultimi rimasti capace di raccontare, con lucidità e obiettività, quell'esperienza di vita. Nel 2006 aveva accettato di raccontare alcune delle sue esperienze di guerra nel video, curato da Giacinto Jussa per l'AuserFVG "La memoria della Resistenza tra Arzino, Lago e Tagliamento"; altri episodi toccanti della sua esperienza di vita (soprattutto quelli dell'emigrazione, dalla Francia all'Algeria alla Germania) nel volume "Trasaghis storia e memoria"  del 1997.
Da questi materiali, e da tante altre conversazioni dirette, un sunto di quelle testimonianze (purtroppo incapace di renderne appieno l'importanza e il senso).


Le motivazioni dell'adesione alla Resistenza: 

Le ragioni di una scelta? La mia adesione al movimento partigiano è stata originata da puro patriottismo. Lo stesso motivo che mi aveva spinto, due anni prima, ad andare volontario, facendo undici mesi in zona di operazione.
Avevo vent'anni, dovevo scegliere. Avevo già maturato esperienza sufficiente per una scelta di libertà e ho quindi deciso che andando partigiano avrei seguito il mio istinto di patriottismo.

Nel Battaglione garibaldino "Matteotti", la partecipazione ad azioni di sabotaggio:

A Ospedaletto abbiamo attaccato più volte il cantiere: era vicino al tunnel della ferrovia. Lì facevano stampi e tutto il necessario per le imprese, c'erano le prime saldatrici elettriche, seghe per legni, piane… era pieno di laboratori. Abbiamo anche fatto saltare il treno, è stata una bella operazione. C'erano Furore, i nostri partigiani, i russi del Battaglione Stalin….
Con noi c'era anche un altro russo, specialista di esplosivi che confezionava in casa mia. Aveva messo in una cassetta di legno della polvere rossa con detonatore ed una leva per farla saltare. Con molta pazienza ha collocato la carica mentre io, a pochi metri,  tenevo sotto tiro la sentinella tedesca che passeggiava sul ponte. Poi ci siamo ritirati e quando eravamo in via Armentaressa (a Gemona) abbiamo sentito lo scoppio che ha fatto deragliare il treno merci. Si sentivano urla. La macchina era capovolta… 

La memoria del rastrellamento che portò alla cattura dei fratelli Feregotto:

Nel "borc das cjaras", da mia nonna, in una cameretta tenevo le armi. Un giorno mia nonna mi avvertì che sulla piazza c'erano i tedeschi e cominciò a nascondere le armi nel fieno. Oramai non si poteva fuggire. Sopra il gabinetto, il piccolo vano adibito a deposito della legna era vuoto e lì mi sono nascosto. Con il cuore in gola sentivo avvicinarsi il passo cadenzato dei tedeschi. Poi sentii mio nonno parlare con loro in tedesco (aveva lavorato all'estero e lo conosceva) e quindi ripartirono. Vennero catturati i fratelli Feragotto. Dei due, Remigio - classe 1913 - non aveva relazioni con i partigiani per cui non era scappato all'arrivo dei tedeschi. In casa sua trovarono due detonatori che usava per la pesca di frodo. Fu arrestato ma tentò la fuga. Alla sua guardia si inceppò il mitra, ma altri tedeschi che erano vicino alla farmacia lo hanno crivellato di colpi giù nel campo. Il fratello Italo - classe 1924 - si era fermato a parlare con delle ragazze nel borgo della chiesa. E' stato arrestato: nello zainetto aveva documenti compromettenti. Venne sequestrato un carrettino ad Anzula, commerciante di stoffe di Barcis, per trasportare Remigio che era ferito gravemente ma non morto e obbligarono il fratello a tirare il carretto. Non si sa poi nulla di loro. Si è sentito dire che sono morti a Mathausen.

L'assalto nazifascista alla Zona libera dell'ottobre '44:

Il primo attacco fu respinto. Presto però le nostre postazioni vennero individuate e sottoposte al mitragliamento con armi pesanti. Stavo sull'argine del Tagliamento di fronte al Bresul e all'osteria. Cominciarono a pioverci addosso proiettili di mortaio da ogni parte che hanno gettato tutti nel panico. Ci siamo ritirati sul Col del Sole attraverso la malga di Covria dove si poteva osservare tutto: nel cortile della mia casa vidi i cosacchi inseguire il maiale e fare razzie.


Dopo lo sfollamento, operò a Gemona, contribuendo alla costituzione del Battaglione "Carbonari". Nei giorni della Liberazione:

Nella stazione di Gemona, in un vagone tedesco, abbiamo trovato uno stock di divise bianche con le quali abbiamo potuto vestire tutto il Battaglione. Sono sceso poi passando davanti alla caserma della Milizia in via XX settembre (Gemona). Ero con mio cognato "Vasco" e sei giovani partigiani. Dal colle di Ospedaletto i tedeschi sparavano dalle casematte. Arrivò giù una raffica che ci mancò di poco. Mio cognato mi gridò di non rischiare la vita proprio negli ultimi giorni della guerra. Siamo andati a liberare Goi, l'impresario, la cui casa era sotto il fuoco nemico….


Le ultime azioni di guerra furono rivolte a individuare i nazifascisti che cercavano di fuggire cammuffandosi tra ex deportati:

Ero il responsabile del posto di blocco allestito dal Btg Carbonari sul Ponte di Braulins, verso Osoppo, nei giorni successivi alla strage di Avasinis.
L'arcata del ponte era stata fatta saltare nell'estate, i tedeschi avevano portato  delle travi in ferro per ripararlo. Abbiamo iniziato a controllare i prigionieri che scendevano dalla parte di Bordano e attraversavano il fiume...
C'era una mitraglia  pesante puntata sulla  prima arcata, verso Ospedaletto.
Facevamo l'ispezione e il riconoscimento dei sospetti. "Veniamo dal campo di concentramento", dicevano.  Chiedevamo informazioni, guardavamo le mani... si capiva se uno veniva dalla prigionia o no... 
Individuati i sospetti fra i prigionieri, si guardavano loro le mani, chi non le aveva da lavoro veniva messo da parte Sono stati  individuati 7-8 sospetti  che sono stati messi su un carretto russo, trascinato da due cavalli.
Siamo andati a dormire in una stalla  in Godo; i prigionieri erano legati con le mani ma in 6 potevano rappresentare un pericolo e bisognava sorvegliarli...
L'indomani sono stati portati al comando. Io sono andato via per altre missioni e quando sono tornato non c'erano più... 


Poi, come detto, tanti anni di emigrazione, soprattutto in Francia, accanto alla moglie Santina e ai figli. Negli ultimi anni, una salda e dignitosa testimonianza di vita nel paese natale. A chi lo definiva "ex partigiano" ribatteva fiero: "Ma che ex, certe scelte si mantengono per tutta la vita!".
                                                           
                                                                                                  Pieri Stefanutti

domenica 3 febbraio 2013

Appello per consentire la digitalizzazione dell'Archivio Anpi


Il Blog "Vicende di Guerra, tra Carnia e Gemonese"  si associa a quanti ritengono fondamentale, per la ricostruzione storica delle vicende del territorio, poter giungere alla digitalizzazione ed alla catalogazione informatica dei documenti conservati presso l'archivio dell'Anpi per avere poi la possibilità di accedervi anche via web.

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Archivio Anpi sul web:
mancano fondi

Udine, il progetto costa 55 mila euro, alla Regione ne sono stati chiesti, finora invano, 20 mila. E scoppia la polemica

di Maurizio Cescon
UDINE. Servono 55 mila euro, spalmati in tre anni, per realizzare la digitalizzazione dell’archivio storico dell’Anpi di Udine e metterlo a disposizione sul web, per sempre, dei cittadini, degli studiosi e degli appassionati di storia. Materiale prezioso, migliaia di documenti e fotografie rari che abbracciano un lasso di tempo di 50 anni, dal 1920 al 1970.
Eppure i soldi mancano. Il Comune un piccolo contributo l’ha stanziato, la fondazione Crup, la Lega Coop e la Coop consumatori, così come la Unipol hanno fatto il loro dovere. Mancano la Provincia («ma il presidente Fontanini in persona sta provvedendo», è stato sottolineato) con i suoi 8 mila euro e soprattutto la Regione che dovrebbe stanziare 20 mila euro. «In attesa di questi finanziamenti - spiega il vice presidente dell’Anpi, l’onorevole Elvio Ruffino - i soldi li stiamo mettendo noi, speriamo che la situazione si sblocchi, questi aiuti sono indispensabili».
Se Ruffino mantiene un aplomb invidiabile, ci pensano Mauro Travanut e Anna Maria Menosso, consiglieri regionali del Pd presenti nella sede Anpi per l’illustrazione del progetto, a “pungere” la giunta Tondo.  (...)
Il progetto esecutivo sarà curato da uno specifico gruppo di lavoro organizzato e coordinato da Ugo Falcone e Stefano Perulli dell’Agenzia italiana per il patrimonio culturale (Aipc).
E’ previsto il riordino, l’inventariazione e la valorizzazione, attraverso lo “sbarco” su Internet, delle due grandi parti dell’archivio, quella cartacea e quella fotografica.  (...) E’ stata anche inoltrata una richiesta per ottenere l’Alto patrocinio della presidenza della Repubblica.
«Se tutto l’imponente archivio è arrivato fino a noi - ha detto il vice presidente Anpi Ruffino - lo dobbiamo al puntiglio del presidente Federico Vincenti (a 91 anni presente all’incontro, assieme al segretario Luciano Rapotez, quasi 93 primavere, ndr) che in questi decenni, con metodo e precisione, ha catalogato ogni reperto. E’ materiale raro e straordinario, non dobbiamo perderlo». Nel suo intervento il soprintendente archivistico, dottor Pierpaolo Dorsi ha parlato di «archivio che è uno dei gioielli di Udine» e che «occuparsi di finanziare questo tipo di iniziative ha valore etico».
Il professor Neil Harris, direttore del Dipartimento di storia e tutela dei beni culturali dell’ateneo, ha spiegato che «ci troviamo di fronte a un archivio affascinante. Come università ci teniamo a collaborare per questo tipo di micro interventi qualitativi che possono far crescere il territorio».
Nel suo saluto l’assessore alla cultura del Comune di Udine Luigi Reitani ha dichiarato che «ci troviamo di fronte a una grande impresa. Investire in cultura non è una cosa effimera, ma si agisce sulle strutture della società, sul nostro patrimonio collettivo».
Anche il presidente dell’Istituto friulano per la storia del Movimento di Liberazione, Giovanni Spangaro, carnico e giovanissimo partigiano tra il 1943 e il 1945, ha evidenziato «come tali iniziative contribuiscono ad accrescere il valore e il prestigio della storia locale. Ed è Federico Vincenti che prima di tutti dobbiamo ringraziare, perchè ci ha consentito, in 60 anni di lavoro qua dentro, di fare arrivare fino ai nostri giorni tutta una mole di documenti».
Da: Messaggero Veneto,  3 febbraio 2013
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lunedì 28 gennaio 2013

I cent'anni del partigiano Cino Da Monte, coscienza critica della carnia


Il secolo memorabile di Romano Marchetti l’anima della Carnia

L’ex partigiano dalla lingua tagliente ha compiuto 100 anni «Chiudere il tribunale è andare contro la Costituzione»

di Domenico Pecile

TOLMEZZO. Colto. Cocciuto. Intransigente. Determinato. Ma anche lottatore indefesso e sognatore disincantato. Lo chiamavano il partigiano senza pistola perché lui, l’osovano divoratore di libri, si concedeva altre “armi”. Preferiva le gambe, il cuore e soprattutto la testa. Voleva e sapeva convincere. E soprattutto non aveva e non ha ancora alcun timore reverenziale nei confronti di chi ritiene responsabile di infrangere il suo sogno di libertà e verità.
Romano Marchetti, 100 anni compiuti e festeggiati ieri nella sede consiliare, era e rimane un uomo tutto d’un pezzo che combatte ancora invocando l’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e che invita lo Stato a rimuovere gli ostacoli che limitano questo processo.
Lo ha ribadito anche ieri, Marchetti, gridando il suo pessimismo sul futuro della sua Carnia e puntando il dito accusatore contro il premier uscente “reo” di avere avallato la chiusura del Tribunale di Tolmezzo. «Chiudere il Tribunale – sentenzia amaro – significa andare di fatto proprio contro la Costituzione perché quegli ostacoli da rimuovere di cui parla l’art. 3 di fatto diventano insormontabili. Senza Tribunale di Tolmezzo la giustizia non è diffusa in maniera equa su tutto il territorio».
Lo ha detto senza mezzi termini anche al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante la sua visita recente visita in Carnia.
Uomo scomodo, Marchetti, dirà più tardi il presidente della Giunta regionale, Renzo Tondo, scomodo ma sempre leale, autentico. No, non ha mai fatto sconti nessuno, soprattutto a chi comandava. Era la vigilia elettorale del 1948 quando entrò in rotta di collisione con uno dei futuri padri della Regione, Tiziano Tessitori. Marchetti – che appoggiava Parri e dunque i frontisti – ricorda così quell’episodio: «Chiudendo la campagna elettorale qui a Tolmezzo, Tessitori disse che trattava gli avversari come amici salvo poi definirci in maniera equivoca indicando il nostro simbolo quelli della man-tenuta. Reagii d’impulso. Qualcuno romanzò che volarono alcuni schiaffi di stampo ottocentesco. Vero è che mio fratello si mise in mezzo tra noi due e successe nulla. Il peggio per me arrivò dopo».
Lui, dirigente dell’Ispettorato dell’Agricoltura, laureato, inventore della «Cattedra di agricoltura ambulante in Carnia», fu convocato a Roma. Volevano trasferirlo d’urgenza a Pavia con la scusa che la sua esperienza era indispensabile colà.
Rassegnato, replicò che almeno fosse trasferito in una città di mare. E finì a Savona. Fu Comelli, agli inizi degli anni Sessanta, subito dopo la nascita della Regione, a richiamarlo in Friuli per affidargli un compito dirigenziale nella neonata struttura regionale.
Ma andò in rotta di collisione anche con l’allora presidente Comelli quando questi fece la legge sulle Comunità montane. «Di fatto – sono ancora le parole di Marchetti – così facendo ha diviso le due vallate, la Canal del Ferro e la Valcanale. Sottraendo dalla Carnia anche Gemona e Venzone. Non solo, ma anche vanificato gli sforzi di Michele Gortani che puntava alla creazione di centri amministrativi autonomi dalla Provincia. Così, quel sogno andò svanito».
Spigoloso, deciso. Ma anche grande tessitore. Come ha ricordato nel suo intervento il professor Pasquale D’Avolio, fu Marchetti il grande tessitore per la costituzione del Comando unico Garibaldi-Osoppo e anche uno degli artefici della grande esperienza della Zona libera della Carnia che egli – sono le parole di D’Avolio – «non vuole definire semplicemente Repubblica partigiana, non perché non si voglia riconoscere il ruolo che le forze combattenti partigiane ebbero nella liberazione del territorio nell’estate del 1944».
Un laico. Un maestro del riformismo. Un grande pensatore che tuttora ha un ruolo politico-culturale in Carnia. «Un maestro per tutti», dichiara uno dei partecipanti all’incontro di ieri.
Il sognatore secondo cui tutti i problemi della Carnia derivano dal fatto della perifericità di una zona rispetto alla quale Udine diventa giocoforza una sanguisuga perché i gangli di tutti i poteri politico amministrativi – ha sempre ripetuto l’osovano senza pistola – derivano dalla concentrazione burocratica del capoluogo friulano somiglianza della realtà romana.
da: Messaggero Veneto,  27 gennaio 2013



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