Album di guerra

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I Partigiani del Battaglione "Prealpi" a Gemona

lunedì 28 gennaio 2013

I cent'anni del partigiano Cino Da Monte, coscienza critica della carnia


Il secolo memorabile di Romano Marchetti l’anima della Carnia

L’ex partigiano dalla lingua tagliente ha compiuto 100 anni «Chiudere il tribunale è andare contro la Costituzione»

di Domenico Pecile

TOLMEZZO. Colto. Cocciuto. Intransigente. Determinato. Ma anche lottatore indefesso e sognatore disincantato. Lo chiamavano il partigiano senza pistola perché lui, l’osovano divoratore di libri, si concedeva altre “armi”. Preferiva le gambe, il cuore e soprattutto la testa. Voleva e sapeva convincere. E soprattutto non aveva e non ha ancora alcun timore reverenziale nei confronti di chi ritiene responsabile di infrangere il suo sogno di libertà e verità.
Romano Marchetti, 100 anni compiuti e festeggiati ieri nella sede consiliare, era e rimane un uomo tutto d’un pezzo che combatte ancora invocando l’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini e che invita lo Stato a rimuovere gli ostacoli che limitano questo processo.
Lo ha ribadito anche ieri, Marchetti, gridando il suo pessimismo sul futuro della sua Carnia e puntando il dito accusatore contro il premier uscente “reo” di avere avallato la chiusura del Tribunale di Tolmezzo. «Chiudere il Tribunale – sentenzia amaro – significa andare di fatto proprio contro la Costituzione perché quegli ostacoli da rimuovere di cui parla l’art. 3 di fatto diventano insormontabili. Senza Tribunale di Tolmezzo la giustizia non è diffusa in maniera equa su tutto il territorio».
Lo ha detto senza mezzi termini anche al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante la sua visita recente visita in Carnia.
Uomo scomodo, Marchetti, dirà più tardi il presidente della Giunta regionale, Renzo Tondo, scomodo ma sempre leale, autentico. No, non ha mai fatto sconti nessuno, soprattutto a chi comandava. Era la vigilia elettorale del 1948 quando entrò in rotta di collisione con uno dei futuri padri della Regione, Tiziano Tessitori. Marchetti – che appoggiava Parri e dunque i frontisti – ricorda così quell’episodio: «Chiudendo la campagna elettorale qui a Tolmezzo, Tessitori disse che trattava gli avversari come amici salvo poi definirci in maniera equivoca indicando il nostro simbolo quelli della man-tenuta. Reagii d’impulso. Qualcuno romanzò che volarono alcuni schiaffi di stampo ottocentesco. Vero è che mio fratello si mise in mezzo tra noi due e successe nulla. Il peggio per me arrivò dopo».
Lui, dirigente dell’Ispettorato dell’Agricoltura, laureato, inventore della «Cattedra di agricoltura ambulante in Carnia», fu convocato a Roma. Volevano trasferirlo d’urgenza a Pavia con la scusa che la sua esperienza era indispensabile colà.
Rassegnato, replicò che almeno fosse trasferito in una città di mare. E finì a Savona. Fu Comelli, agli inizi degli anni Sessanta, subito dopo la nascita della Regione, a richiamarlo in Friuli per affidargli un compito dirigenziale nella neonata struttura regionale.
Ma andò in rotta di collisione anche con l’allora presidente Comelli quando questi fece la legge sulle Comunità montane. «Di fatto – sono ancora le parole di Marchetti – così facendo ha diviso le due vallate, la Canal del Ferro e la Valcanale. Sottraendo dalla Carnia anche Gemona e Venzone. Non solo, ma anche vanificato gli sforzi di Michele Gortani che puntava alla creazione di centri amministrativi autonomi dalla Provincia. Così, quel sogno andò svanito».
Spigoloso, deciso. Ma anche grande tessitore. Come ha ricordato nel suo intervento il professor Pasquale D’Avolio, fu Marchetti il grande tessitore per la costituzione del Comando unico Garibaldi-Osoppo e anche uno degli artefici della grande esperienza della Zona libera della Carnia che egli – sono le parole di D’Avolio – «non vuole definire semplicemente Repubblica partigiana, non perché non si voglia riconoscere il ruolo che le forze combattenti partigiane ebbero nella liberazione del territorio nell’estate del 1944».
Un laico. Un maestro del riformismo. Un grande pensatore che tuttora ha un ruolo politico-culturale in Carnia. «Un maestro per tutti», dichiara uno dei partecipanti all’incontro di ieri.
Il sognatore secondo cui tutti i problemi della Carnia derivano dal fatto della perifericità di una zona rispetto alla quale Udine diventa giocoforza una sanguisuga perché i gangli di tutti i poteri politico amministrativi – ha sempre ripetuto l’osovano senza pistola – derivano dalla concentrazione burocratica del capoluogo friulano somiglianza della realtà romana.
da: Messaggero Veneto,  27 gennaio 2013



domenica 27 gennaio 2013

Il partigiano Zane, da Tolmezzo a Dachau


«Io, un sopravvissuto all’inferno di Dachau»

La testimonianza dell’ex partigiano Gio Batta Mecchia. «Vivevamo con la paura addosso, la morte era sempre in agguato»

di Viviana Zamarian 
UDINE. «Zane, Zane anche tu qui. Ah dove sei capitato». Gio Batta Mecchia era appena entrato nella baracca assegnatagli quando udì queste parole. Si voltò e su una sedia, raggomitolato in un mucchio di stracci, scorse un conoscente di Imponzo. Non lo vide mai più. Inghiottito nell'inferno del lager, vittima di quell’orrore chiamato Dachau.
Era stato catturato il 25 ottobre 1944, Zane (questo il suo nome di battaglia), durante un rastrellamento delle truppe cosacche a Verzegnis. Venne portato prima nella caserma di Tolmezzo e poi nelle carceri di via Spalato a Udine. I tedeschi volevano i nomi dei compagni partigiani. Gli mostrarono una lista. Ma non servirono le violenze, non servirono gli interrogatori né le botte. Lui non cedette.
E non parlò. Di lì a pochi giorni venne caricato su un treno merci verso una destinazione ignota. Durante il viaggio, di notte, alcuni tentarono di salvarsi gettandosi dai piccoli finestrini. Ma le tenebre avvolgevano tutto, anche i dirupi e le rocce contro le quali spesso trovavano la morte. Poi, l’arrivo. «Venimmo spogliati di tutto – racconta –. Ci misero dentro delle enormi sale da bagno per toglierci i pidocchi e ci diedero i vestiti civili. Da allora divenni il numero 128131. Pativamo la fame e la sete, ci davano una brodaglia e una fettina di pane ma soprattutto il freddo dell’inverno tedesco. Tanto che per scaldarci ci mettevamo in gruppo uno a fianco all’altro e a turno occupavamo i posti centrali».
Si viveva con la paura, nel campo. Erano stati radunati nel piazzale per assistere all’impiccagione di un polacco che si era ribellato contro un kapò quando Zane vide per la prima volta, tra le baracche, il fumo uscire da un camino. «Non mi resi conto del pericolo che correvo – ricorda –, non si percepiva l’odore e nessuno di noi sapeva a che cosa servisse. Lo scoprimmo dopo».
I primi di gennaio 1945 venne trasferito a Brandeburg, nello stabilimento della Opel «dove dovevamo sgomberare macerie e morti a causa dei bombardamenti degli americani e degli inglesi». Con la primavera arrivarono anche le notizie che le truppe russe erano alle porte di Berlino. Fu allora che decise, insieme ad alcuni compagni, di intraprendere la fuga. Camminarono di notte per sette giorni. Giunsero a Magdeburg e qui, nel tentativo di oltrepassare il fiume Elba, si trovarono in mezzo ai due fuochi: da una parte i tedeschi, dall’altra gli americani. Si nascosero dietro ai blocchi di cemento del ponte bombardato per 48 ore e poi riuscirono a raggiungere la sponda destra.
Si fermarono un mese in un campo gestito dagli americani e una volta riprese le forze, presero ciascuno una strada diversa per tornare a casa. Zane nella sua Tolmezzo dove una trentina di anni dopo fu eletto prima assessore e poi consigliere. Dice che riuscì a salvarsi «grazie alla fortuna». Lo dice ricordando, per esempio «l’arrivo del comandante dei cosacchi su un cavallo bianco che fermò i sottoposti intenzionati a fucilarci». Oggi ha 86 anni, Non è mai più ritornato a visitare il campo di Dachau “da uomo libero”. «No, è una ferita che ancora tornerebbe a sanguinare».

venerdì 25 gennaio 2013

Ha cento anni il partigiano Cino Da Monte: un convegno e un libro per rendergli omaggio

Sabato 26 gennaio, festa a Tolmezzo per i 100 anni di Romano Marchetti (l'indimenticato "Cino da Monte" della resistenza carnica).

Venerdì 1° febbraio, alle 18, al Museo Gortani, avrà invece luogo  la presentazione di un libro  dedicato a lui e a tante figure di partigiani carnici.



Romano Marchetti. Da Majaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. 
Una vita in viaggio nel '900 italiano

Questo libro ripercorre la vita di Romano Marchetti, carnico come egli si è sempre sentito, dottore in agraria, specializzato in agricoltura tropicale, mazziniano, repubblicano e socialista, partigiano osovano, esperto in zootecnia, sostenitore assiduo del circondario montano, nato nel lontano 1913. Questa è la storia di un bimbo che da un mondo fatto di giochi infantili, ramarri, cinciallegre, ghiri, parenti e padrini precipita in un mondo fatto di prevaricazione e soprusi, di ordini, ingiustizie, sogni infranti. La storia di Romano Marchetti inizia nel piccolo paese di Maiaso, in Carnia, e continua, attraverso la metamorfosi giovanile, fino alla crescita, in lui, di una coscienza  antifascista ed allo sviluppo di un pensiero libero. Ufficiale degli alpini sul Golico, è, poi, uno dei primi organizzatori della resistenza osovana in Carnia, si scontra con le difficoltà del dopoguerra, sostiene Unità Popolare, intesse rapporti anche epistolari con noti socialisti ed azionisti, e viene catapultato a Savona, per avere in qualche modo disturbato la Democrazia Cristiana. Vive la sua esperienza lavorativa presso vari Ispettorati Provinciali dell’Agricoltura, conosce la marca trevigiana, si ricongiunge, infine, alla sua sposa ed ai figli. Costantemente preoccupato di guadagnar due soldi per mantenere la famiglia, vive la sua vita in un succedersi incessante di fatti internazionali, nazionali e locali, che segue con partecipazione. Interessanti appaiono le sue proposte per sviluppare l’agricoltura, la frutticoltura,  l’allevamento. Il libro, curato in modo analitico da Laura Matelda Puppini, è corredato pure dalla storia del battaglione Carnia della Osoppo e del suo comandante Barba Livio, da quella della distruzione della torre Picotta da parte dei tedeschi, da schede analitiche su singole figure di partigiani sempre di Laura Matelda Puppini.

giovedì 24 gennaio 2013

Giorno della memoria .... anche per ricordare l'annessione al Reich del Litorale Adriatico

A ridosso del "Giorno della memoria", una delle iniziative culturali maggiormente significative è data dall'apertura della Mostra "LITORALE ADRIATICO: 
PROGETTO ANNESSIONE" 
Propaganda e cultura 
per il Nuovo Ordine Europeo 1943 – 1945 
a cura di Enzo Collotti e Paolo Ferrari

aperta a Udine, nella GALLERIA FOTOGRAFICA TINA MODOTTI, dal 23 gennaio al 3 marzo 2013

La propaganda nazista investì con tutta la sua violenza la Zona di Operazione Litorale Adriatico, di cui faceva parte il Friuli Venezia Giulia, al fine di convincere la popolazione ad appoggiare la guerra e l’annessione alla Grande Germania. A tale scopo la propaganda sottolineò i legami con il mondo tedesco, svalutando quelli con il resto dell’Italia ed enfatizzando strumentalmente
l’identità e le tradizioni locali.
Questi temi sono affrontati a partire da una straordinaria documentazione fotografica relativa alla mostra “Bolscevismo senza maschera”, allestita nel centro di Udine nell’estate del 1944. Fotografie, libri, pubblicazioni, documenti e manifesti originali contribuiscono a delineare uno sforzo propagandistico sviluppato con determinazione fino alla fine del conflitto.

Aperto venerdì 15.00 – 18.00 / Sabato e domenica 10.30 – 12.30 15.00 – 18.00
Info e prenotazioni: 0432 414719/42 www.udinecultura.it



Chi si occupa della storia della Valle del Lago ricorderà anche che sulla rivista "Adria Illustrierte" era finito anche il paese di Alesso, ritratto in copertina durante l'inizio dell'occupazione cosacca, i primi giorni di ottobre 1944 ....


giovedì 13 dicembre 2012

Commemorazione dei dieci fucilati di Tramonti


Il COMUNE DI TRAMONTI DI SOTTO con il patrocinio dell’Istituto Provinciale per la storia del movimento di liberazione e dell’età contemporanea di Pordenone e DELL’A.N.P.I. Provinciale di Pordenone organizza la  cerimonia di commemorazione
“10 dicembre 1944”, I DIECI FUCILATI DI TRAMONTI DI SOTTO

per domenica 16 dicembre 2012 alle ore 12.00 con la deposizione di una  corona presso il cimitero di Tramonti di Sotto. Parteciperà alla cerimonia anche il "Coro Popolare della Resistenza".
I fatti: 
Il 10 dicembre, tardo pomeriggio,del 1944 vengono portati al piccolo cimitero di Tramonti di Sotto alcuni partigiani catturati a Palcoda il giorno precedente. Alcuni di loro non hanno voluto lasciare solo il loro comandante “Battisti”. Oltre a loro, partigiani garibaldini, ci sono anche qualche partigiano osovano e qualche civile.

Cadono nelle mani dei fascisti del battaglione “Valanga” della X Mas.
Vengono rinchiusi nei locali della macelleria il 9 dicembre.
Vengono interrogati uno alla volta, nei locali del municipio, sempre in Piazza S.Croce.
Lungo il muro esterno del cimitero vengono fucilati uno alla volta, a cinque minuti di distanza uno dall’altro, dagli stessi fascisti.
I dieci fucilati sono:
SCLAVI CARLO “CHICO” 19-11-17 di Casteggio (pv) garibaldino
CECCONI ADALGERIO “MOSCHETTI” 16-11-23 di Colloredo di Montalbano garibaldino
MININ GINO “CARNERA” 24-9-25 di Tramonti di Sotto garibaldino
VILLANI SALVATORE “COSSU” 6-12-14 di Santa Teresa Di Gallura (CA) osovano
DE FILIPPO GINO “NERONE” 20-12-26 di Claut garibaldino
COMINOTTO OTTAVIO “ROMEO” 29-6-20 di Valeriano garibaldino
MOCCIA COSIMO “ALDO” 1-1-22 di Manduria osovano
RIGO OSVALDO “DAVIDE” 13-7-26 di Pontebba garibaldino
FLAMINI VITTORIO “FRACASSA”21-1-19 di Assisi garibaldino
RONDINI ULDERICO “ROMANO” 6-7-24 di Roma osovano
Per la Valle del Lago, in particolare, va ricordata la figura di Carlo Sclavi (Chico o Chicco), che fu comandante del Battaglione Sozzi che, nell'estate del 1944, prese stanza presso la latteria di Alesso. Fu tra i principali protagonisti della resistenza all'offensiva nazifascista dell'ottobre 1944, combattendo tra la Valle del Lago e la Valle dell'Arzino, per finire poi catturato e fucilato a Tramonti.

domenica 28 ottobre 2012

Un carnico sopravvissuto a Buchenwald


«Io, ultimo di Buchenwald»

Olivo Soravito, 89 anni, racconta il suo inferno di dieci mesi nel campo di sterminio. Lavorava in miniera dalle 6 alle 20, al rientro si nutriva con brodaglia e grasso di maiale. Ecco la sua storia 

OVARO. Carne da macello, null’altro. Né nome, né cognome. E neppure nazionalità o sesso. Semplicemente un numero, come il timbro che i vaqueros arroventano sulle mucche. Il suo era il 34751. Era “stampato” sulla fascetta bianca cucita addosso alla casacca a strisce. E c’era anche il triangolo rosso: il simbolo degli infami, i prigionieri politici che i nazisti o destinavano alle camere a gas oppure sfruttavano fino a farli morire di stenti e di fame in uno dei tanti inferni che hanno marchiato con stimmate indelebili la storia dell’umanità. Il suo inferno si chiamava Buchenwald.
C’era arrivato nel luglio del 1944. Pesava 82 chili. Lo aveva ritrovato il 15 aprile del 1945 un soldato italo-americano. Olivo Soravito era disteso, esausto e semincosciente accanto a una delle tante baracche del campo incendiate durante la fuga dei nazisti. Aspettava di morire, anzi, di lasciarsi morire. Attendeva la fine da quando era entrato in quel girone maledetto che avrebbe consegnato ai libri di storia testimonianze da brivido e un elenco di 56 mila morti. Pesava a stento 40 chili. «Coraggio, coraggio», gli aveva detto il soldato strattonandolo per risvegliarlo. «Dai, è finita. Ti aiuto io ad alzarti, vieni. Non avere paura. È finita...». Lui aveva guardato il militare con uno sguardo inebetito. Pensava fosse un sogno.
È il 16 luglio del 1944. Olivo sta rientrando in treno da Udine dove lavora alla costruzione di hangar per una ditta tedesca che collabora con il regime sanguinario di Hitler. Scende a Tolmezzo. Ma non fa in tempo a fare due passi che viene circondato e bloccato da agenti in divisa. Un’ora più tardi è in via Spalato per un interrogatorio-farsa. Lo accusano di essere un partigiano comunista soltanto perché vive a Liariis, frazione di Ovaro, dove i garibadini erano diventati la spina nel fianco degli occupanti. Il giorno dopo viene scaraventato dentro un carro bestiame. Una viaggio di quattro giorni senza cibo e senza acqua. Nel vagone una sorta di recipiente in legno funge da latrina.
L’incubo si materializza quando il treno si ferma proprio dentro il campo di concentramento. Scende. Si guarda in giro. Incrocia sguardi lontani di morti di fame. Un posto spettrale punteggiato da un esercito di zombie. Lo spogliano. Si riveste con un paio di calzoni, la casacca a strisce e un paio di zoccoli di legno. Nemmeno le mutande, gli danno. Olivo Soravito compirà 90 anni il prossimo 12 gennaio. Ha taciuto la sua storia per decenni. Una rimozione necessaria per non farsi devastare dal dolore. Ma quattro anni fa ha ceduto. E ha parlato con il suo compaesano Alberto Soravito. Gli squaderna i diari. Gli racconta. Gli svela i retroscena della mattanza di Buchenwald. Ne nascerà un libro che sarà presentato proprio in occasione del suo compleanno.
Adesso Olivo non ha più paura dei ricordi. Il tempo lo ha paludato con una corazza anti-tutto. «In quei mesi non ho mai pianto. Non ne avevo motivo. Aspettavo soltanto di morire, giorno dopo giorno». Già, giornate da incubo dopo una lunga notte nella baracca che ospitava centinaia di prigionieri stipati in “letti” su tre piani, come bachi da seta. «Qualcuno moriva durante la notte – ricorda – ma quando passavano le guardie riferivamo che stava dormendo così ci assicuravamo anche il suo pasto». Patate crude, grasso di maiale, brodaglie. Eccezionalmente sanguinacci e qualche tozzo di pane raffermo, rimasuglio dalle mense dei militari». Fame, tanta fame, sempre fame. E d’inverno il freddo che schiacciava la testa e non ti faceva respirare neppure di notte.
«A Buchenwald – aggiunge – si moriva di fame, di stenti, di broncopolmonite. Arrivavano le Ss e portavano i cadaveri nei forni crematori. Oppure nella fossa comune che noi aveva scavato, 40 metri per 40, quando i forni s’intasavano dal troppo “lavoro”». Olivo ha pianto soltanto una volta nella sua vita: il 18 gennaio del 1953 quando è nato suo figlio. «Ma è stato un pianto di felicità – precisa – perché quando hai tanto dolore, quando la vita è un incubo tutto si blocca, anche le lacrime. Non pensi a nulla. Non hai speranza. Non hai desideri. Non hai il tempo. Non hai il corpo». Di giorno Olivo lavora nelle miniere di sali minerali. Un turno senza fine dalle 6 del mattino alle 20. «Ma là sotto almeno si stava al calduccio: sempre 22 gradi anche d’inverno. Un altro po’ di brodaglia e via in baracca». Solo. Disteso. Raggricciato.
«Stentavi a prendere sonno, non mi ricordo a cosa pensavo. Sentivo i morsi dei pidocchi. Eppure li avrei voluti accarezzare ogni sera, uno per uno. Tra di noi si diceva che quando un prigioniero non sentiva più il morso dei pidocchi il giorno successivo sarebbe morto perché le bestiole rifiutavano il sangue di chi stava morendo. Sì, mi davano dolore, ma mi facevano sentire ancora vivo».
Domenico Pecile
(Messaggero Veneto 25 ottobre 2012)


giovedì 4 ottobre 2012

"Patria indipendente" cita le commemorazioni di Avasinis e della Valle del But

La commemorazione di Avasinis citata sulla rivista "Patria Indipendente"


La rivista "Patria Indipendente", che esce a diffusione nazionale, ha citato ampiamente, nel numero di settembre, la commemorazione tenutasi ad Avasinis lo scorso due maggio.
Nell'articolo, corredato da due immagini a colori della cerimonia, dopo una ricostruzione del contesto storico della vicenda, vengono ricordati tutti i momenti principali lungo i quali si è suddiviso l'evento: la presentazione del monologo di Elena Vesnaver, lo scoprimento di una targa con le informazioni storiche sulla vicenda, la celebrazione della santa messa il 2 maggio, gli interventi del sindaco di Trasaghis Picco, del rappresentante dei familiari delle vittime civili di guerra Geretto e l'orazione ufficiale tenuta da Alessandro Tesini, già presidente del Consiglio regionale.



Nello stesso numero, "Patria Indipendente" cita anche le commemorazioni tenutesi a Paluzza e a Sutrio per ricordare le vittime delle azioni punitive nazifasciste del luglio 1944:


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